venerdì 2 agosto 2013

Ora vediamo se il Pdl diceva sul serio

Stefano Menichini 
EUROPA  

Mesi a parlare di pacificazione e di governo di legislatura. Ora la mannaia della Cassazione mette Berlusconi davanti alla prova della verità. Il Pd, sotto pressione, gli dà un ultimatum. E le elezioni sembrano tanto più vicine
Parlano da mesi solo di pacificazione. Puntavano, dal giorno stesso dei risultati elettorali, sulle larghe intese con gli avversari storici. Si sono impegnati per dare al governo Letta addirittura la durata dell’intera legislatura. Hanno dichiarato totale adesione alla linea indicata dal capo dello stato.
Ora, nel momento per loro obiettivamente più difficile, sapremo se Berlusconi e il suo partito dicevano sul serio.
O se stavano solamente cercando di circondare la Cassazione in un abbraccio buonista per condizionarne le decisioni. Magari sperando che Napolitano desse loro una mano, convinti come sono che i magistrati italiani siano disponibili a uniformarsi ai voleri della politica.
La prova della verità è arrivata perché la linea della difesa nel processo e non dal processo imposta dall’avvocato Coppi e dalle colombe non ha funzionato meglio della tradizionale linea di rottura che era stata in quest’ultimo periodo accantonata.
Le ore per Berlusconi sono drammatiche. All’orizzonte, inevitabile anche se differito nel tempo, c’è il confino agli arresti domiciliari o la destinazione a chissà quali lavori socialmente utili. La condanna per frode fiscale è definitiva e inappellabile. È un tornante fatale, davanti al mondo, per la vicenda umana e politica dell’uomo che ha segnato vent’anni di storia del nostro paese.
Ma sono ore drammatiche per tutta la politica italiana, con una svolta drastica impressa a sorpresa dal Pd pochi istanti dopo la sentenza. Un ultimatum in piena regola ai provvisori alleati di governo. Una provocazione, alla lettera, rispetto alla domanda che ci poniamo sulla sincerità degli intenti moderati dell’ultimo Berlusconi.
Dovendone scrivere a caldo, diciamo che la vera sorpresa stasera sarebbe se l’ormai ex Cavaliere continuasse a seguire le indicazioni di Napolitano, se rispettasse gli impegni presi, se davvero imponesse ai suoi la calma tenendo il quadro politico al riparo da questa mannaia giudiziaria.
Pare davvero impensabile.
E del resto, se anche Berlusconi facesse questo sforzo incredibile, il destino della legislatura non dipende più solo da lui. A sinistra c’è già una fortissima pressione sul Pd perché stacchi la spina a questa alleanza che da difficile sta diventando impossibile. Improvvisamente, da ieri sera, nuove elezioni anticipate sembrano vicinissime e inevitabili.

giovedì 1 agosto 2013

da che pulpito!!!!

Lega, Castelli: "Kyenge è una nullità"

Medio Oriente: Il nodo degli insediamenti nei colloqui di pace

L’ultima volta che i negoziatori israeliani e palestinesi si sono seduti allo stesso tavolo per dei colloqui di pace prolungati, durante la seconda amministrazione Bush, lo sforzo per cercare un compromesso è stato grandissimo.
Oggi dovrà essere ancora più grande, scrive il Washington Post. Negli ultimi cinque anni, la popolazione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania è cresciuta del 20 per cento, e i politici favorevoli all’occupazione sono diventati sempre più influenti.
In Cisgiordania i coloni hanno costruito musei, università, bar e centri commerciali. Edifici pensati per durare nel tempo.
Il 29 luglio, primo giorno della riapertura dei negoziati, il segretario di stato John Kerry ha incontrato le prime difficoltà. Dopo una cena con i rappresentanti delle due parti (la ministra della giustizia Tzipi Livni e il diplomatico palestinese Saeb Erekat) Kerry ha detto: “Non è un segreto che questa sia una trattativa difficile. Se fosse stata facile, si sarebbe risolta molto tempo fa”.
I nodi da sciogliere sono molti: come risolvere i problemi di sicurezza di Israele, come dividere Gerusalemme in modo che diventi la capitale palestinese, cosa fare con i rifugiati palestinesi e in che modo disegnare i confini del nuovo stato palestinese.
California o Cisgiordania? Ma l’aumento degli insediamenti è un problema particolarmente complesso. In Cisgiordania vivono dai 340mila ai 360mila israeliani, secondo il governo di Tel Aviv. E altri 300mila vivono a Gerusalemme est, che i palestinesi vorrebbero trasformare nella loro nuova capitale.
Negli insediamenti vivono soprattutto famiglie del ceto medio, che abitano in ville in pietra bianca e mattoni rossi. Case che sembrano uscite più dal sud della California che dalla Terra santa.
“Gli israeliani parlano di pace, ma sui territori occupati si comportano in modo diverso. Noi vogliamo la pace, ma gli insediamenti ci privano della nostra terra”, ha detto Yousef Abu Maria, portavoce del Movimento popolare, un gruppo che protesta contro l’occupazione israeliana.
Gli Stati Uniti e altri stati, basandosi sul diritto internazionale, considerano gli insediamenti israeliani illegali, perché sono costruiti su territori occupati. E nonostante il loro aumento, sono considerati controversi perfino in Israele.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu deve collaborare con una coalizione che ha al suo interno molti politici che sono a favore degli insediamenti. “Mentre i negoziati vanno avanti, noi continueremo a costruire a Gerusalemme e in Cisgiordania”, ha dichiarato Naftali Bennett, ministro israeliano dell’economia e direttore del Yesha Council, un’organizzazione che gestisce le costruzioni nei territori occupati.
“Da un punto di vista psicologico, non si può tornare indietro. Noi siamo qui per rimanere. Smantellare gli insediamenti ci spezzerebbe la schiena. Sarebbe la fine di Israele. Sarebbe la fine del sionismo”, dice Dani Dayan, leader dello Yesha Council.
Internazionale 1 agosto 2013

la divisione dell'atomo?

Scelta Civica, guerra aperta fra Monti e i cattolici: l’ex premier a un passo dall’addio 
Travolto dall'insuccesso del dopo elezioni, il Professore ora teme che i suoi 'uomini' possano tradirlo con l'Udc di Casini. E ieri, in Direzione, è iniziata la resa dei conti: la prima testa a saltare è stata quella di Andrea Olivero, sollevato dal ruolo di coordinatore. E Monti avrebbe minacciato le dimissioni

rimborsi, indennità e super-stipendi







Eurodeputati, un assegno da 1,8 miliardi:

I 766 membri dell'assemblea Ue guadagnano dieci volte più del cittadino medio dell'Unione. Prendono circa 214 mila euro al netto delle diarie e delle spese per uffici e portaborse. Nelle loro tasche va più di 1 milione a legislatura, pari a 45 anni di lavoro di un elettore italiano

Federica Pellegrini medaglia d’argento nei 200 stile libero ai Mondiali di nuoto


Due palle al piede frenano il mondo del lavoro

La stampa 01/08/2013
walter passerini
Non deve trarre in inganno il calo di giugno rispetto a maggio (da 12,2 a 12,1%): la disoccupazione su base annua è cresciuta di 1,2 punti. Siamo sempre sopra i tre milioni di senza lavoro. Il tasso di occupazione (55,8%) è al minimo dal 2000. A pagare ancora una volta il prezzo più alto sono i giovani, il cui tasso di disoccupazione è salito di 0,8 punti al 39,1%, vale a dire 4,6 punti in più su base annua.  
Ogni volta che escono i dati mensili dell’Istat, la sensazione è quella di partecipare a un incontro di boxe con le mani legate dietro la schiena. In attesa della trasformazione in legge delle misure per l’occupazione, in particolare giovanile, che diventano sempre più urgenti, operatori ed esperti stanno chiedendosi come uscirne, misurando le forze in campo per affrontare la sfida del lavoro. Dalle risorse europee (che nel recente passato siamo riusciti a spendere solo per il 40%), ci si aspetta una boccata di ossigeno per gli under 30, ma anche un salto di qualità nel modo di affrontare la disoccupazione e nell’approccio alla creazione di nuove occasioni occupazionali. Sono due i punti deboli e le palle al piede del nostro mercato del lavoro: la rete dei servizi all’impiego e la formazione. In Italia il mercato del lavoro assomiglia più a un suk che a una rete efficiente di servizi, un supermercato del fai da te con tanti bricoleur che vi si aggirano. E’ necessario mettere in comunicazione la domanda (le imprese) e l’offerta di lavoro (le persone che cercano) con canali più professionali.
Il salto deve essere realizzato in fretta, perché dal primo gennaio 2014 la rete dovrà far funzionare la Garanzia lavoro, senza la quale non avremo diritto alle risorse stanziate (1,5 miliardi). L’impresa è difficile, ma si può fare. Di fronte all’inadeguatezza dei servizi, il lavoro oggi lo si trova grazie ad amici, parenti e conoscenti. All’estero si usano invece canali professionali. Ad usare i centri pubblici nella media dei 27 Paesi Ue è il 53% di chi cerca un lavoro, l’81,2% in Germania, il 57% in Francia, solo il 33,7% in Italia. Sfiducia o incultura? Le agenzie private sono usate ancora meno: dal 23% nella media Ue, dal 13,5% in Germania, dal 29% in Francia, solo dal 19,6% in Italia. Se poi guardiamo non solo gli strumenti usati per la ricerca, ma la loro effettiva efficacia, il panorama è desolante: in Italia solo sei cercatori su cento trovano lavoro con agenzie private e centri pubblici per l’impiego. Come riusciranno in pochi mesi questi servizi a mettere in pratica la sfida dell’occupazione, senza una campagna di rilancio del loro ruolo e una dose massiccia di formazione a tutti gli addetti? Il campo da gioco è immenso.  
I giovani tra 15-29 anni, target dei nuovi provvedimenti, sono 9,5 milioni, di cui occupati sono poco più di tre milioni (3070mila), quasi 4 milioni gli studenti, 1040 mila i disoccupati, con un tasso di disoccupazione del 26%. I ragazzi tra 15-24 anni sono 6 milioni, di cui i disoccupati sono 642 mila, con un tasso del 39,1%. Come accompagnare questi nuovi clienti nel cammino dall’assenza di lavoro e dalla precarietà verso una maggiore stabilità? La rete dei servizi dovrà fornire a tutti entro quattro mesi o un’opportunità di lavoro o un’opportunità formativa. Come si aiutano i quasi ventimila dipendenti dei centri pubblici e delle agenzie private ad assolvere un compito a cui non sono abituati? Come riusciranno a cogliere i bisogni delle imprese e dei giovani e a indirizzarli verso efficaci opportunità formative? La legge da sola non basterà. Ma nemmeno la rete sarà sufficiente, se non si metterà mano contemporaneamente a una drastica riforma della formazione.  
Il punto di attacco è il superamento dei venti sottosistemi di formazione professionale, gestiti in un delirio solipsistico dalle regioni, che si potrà realizzare solo con la creazione di una cabina di regia nazionale, che promuova l’apprendistato e la nascita della formazione post-diploma di alto livello, che oggi coinvolge poche migliaia di giovani. Senza dimenticare che un’offerta di formazione dovrà in futuro essere rivolta non solo ai ragazzi, ma anche agli adulti, agli over 50 e alle donne, che vogliono rientrare nel mercato del lavoro.