sabato 9 maggio 2020

Il giorno della memoria


Le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

«Nel "Giorno della Memoria", che il Parlamento italiano ha voluto dedicare alle vittime del terrorismo, la Repubblica si inchina davanti alle vite spezzate dal fanatismo politico, dalle violenze di gruppi brigatisti e neofascisti, dagli assalti eversivi alle istituzioni democratiche e alla convivenza civile.
Tragicamente lunga è la sequela delle persone uccise negli anni di piombo: servitori dello Stato, donne e uomini eletti a simbolo di funzioni pubbliche, cittadini impegnati nella vita sociale, testimoni coerenti che non hanno ceduto al ricatto. Il legame della memoria rinnova e rafforza il sentimento di solidarietà con i familiari, ma richiama anche un impegno che vale per l'intera comunità.
Ricordare è un dovere. Ricordare le strategie e le trame ordite per destabilizzare l'assetto costituzionale, le complicità e le deviazioni di soggetti infedeli negli apparati dello Stato, le debolezze di coloro che tardarono a prendere le distanze dalle degenerazioni ideologiche e dall'espandersi del clima di violenza. Ed è giusto ricordare il coraggio di chi non si è piegato, di chi ha continuato a difendere la libertà conquistata, il diritto e la legalità, le istituzioni che presidiano la vita democratica. Il terrorismo è stato sconfitto grazie al sacrificio e alla rettitudine di molti, e grazie all'unità che il popolo italiano ha saputo esprimere in difesa dei valori più profondi della propria civiltà. La storia ci ha dimostrato che l'unità e la coesione degli italiani sono gli strumenti più efficaci di fronte ai pericoli più gravi.
Nel tempo sono state accertate responsabilità dirette e indirette. Gli autori dei delitti sono stati sottoposti a processi e condanne. Ma non ovunque è stata fatta piena luce. La verità resta un diritto, oltre che un dovere per le istituzioni. Terrorismo ed eversione sono stati battuti con gli strumenti della democrazia e della Costituzione: la ricerca della verità, dunque, deve continuare laddove persistono lacune e punti oscuri.
Il 9 maggio è il giorno in cui Aldo Moro venne ucciso. La barbarie brigatista giunse allora all'apice dell'aggressione allo Stato democratico. Lo straziante supplizio a cui Moro venne sottoposto resterà una ferita insanabile nella nostra storia democratica. Respinta la minaccia terroristica, oggi ancor più sentiamo il dovere di liberare Moro e ogni altra vittima da un ricordo esclusivamente legato alle azioni criminali dei loro assassini. Nel riscoprire il pensiero, l'azione, gli insegnamenti di Moro e di tanti altri giusti che hanno pagato il prezzo della vita, ritroveremo anche talune radici che possono essere preziose per affrontare il futuro».

70 anni...festa dell'Europa

Marco Bentivogli
Oggi ricorrono 70 anni dalla Dichiarazione Schuman, ideata con Jean Monnet. È l’inizio di un percorso che porterà alla firma del trattato della CECA dando inizio al processo di integrazione europea. La Fim è e sarà sempre europeista.
Razzismo, neofascismo e populismo saranno sempre inconciliabili col sindacato.
Oggi il sentimento antieuropeista va di pari passo con quello populista che ci ha abituati alla dialettica dell’odio, a cercare sempre un nemico all’esterno per poter risolvere i nostri problemi: l’immigrato, il cinese, il lombardo, l’Europa. Quello di cui non si parla è che Commissione e Parlamento Europeo hanno ben poco potere rispetto al Consiglio, per cui il potere decisionale è nelle mani dei singoli stati membri e non dell’Unione Europea.
Da una parte c’è disinformazione sul funzionamento delle istituzioni, dall’altra, se l’UE non si evolverà verso una maggiore integrazione politica, gli interessi particolaristici prevarranno sempre all’esterno per nascondere le nostre responsabilità.

venerdì 1 maggio 2020

primo maggio



Il 1 maggio del 2020 non è una giornata di mobilitazione, i lavoratori non hanno riempito le piazze; spero sia stata una giornata di riflessione sui radicali cambiamenti imposti dall'epidemia che ha colpito anche il mondo del lavoro. Nel suo messaggio, il Presidente della Repubblica ha notato che ci aspetta un futuro in cui "nulla sarà come prima". Non si tratta di una semplice svolta, ma di un cambiamento profondo nella vita della società, che dobbiamo prepararci ad affrontare con scelte lungimiranti. "riprogettando" il nostro futuro. Nella consapevolezza che per consolidare i risultati - certo non definitivi - ottenuti nella lotta contro il virus , dobbiamo evitare che la ripresa, inevitabilmente difficile, sia paralizzata da contrasti politici, mentre è necessaria la massima unità.
Anche Massimo Cacciari, che nei dibattiti televisivi è diventato un forte riferimento, concorda nel ritenere il coronavirus "un incredibile acceleratore del cambiamento", ma è pessimista sul futuro, poichè ritiene che "questa volta la rivoluzione riguarderà l'essenza del capitalismo", cioè del sistema economico e delle regole che lo caratterizzano, e la crisi sociale metterà alla prova la stessa democrazia. E guardando le piazze vuote del 1 maggio, si chiede se "con i lavoratori a casa da soli, anche il sindacato non rischi di sparire". Cacciari ricorre spesso ad immagini forti, ma in questo caso mette giustamente in discussione la formula "dopo niente sarà come prima".
Ascoltando l'ultimo dibattito parlamentare, anch'io sono tentato da un pessimismo che non riguarda la possibilità di vincere la sfida della vita e poi l'esito della ripresa economica: il comportamento degli italiani -in questa prima fase - dice che l'Italia ce la può fare; ma il fatto che la politica sembra no comprendere l'importanza di una rinascita dei valori cui facciamo riferimento, quando confrontiamo "questo dopo guerra", con quello caratterizzato dal 25 aprile del '45, dalla Costituzione del '48., dalla rinascita del paese.
Dopo aver ascoltato la relazione di Conte, e poi gli interventi della Meloni, di Renzi e di Salvini , ho avuto l'impressione che la politica sia rinchiusa in un labirinto dal quale non riesce ad uscire...Che sia afferrata dalle polemiche del passato, prigioniera della contesa sui "pieni poteri". Chi sogna per se' il potere, chi teme che il virus stia favorendo Conte, la sua popolarità, e nello stesso tempo lo considera il "Re Tentenna", sta assumendosi pesanti responsabilità, mentre - come ha esortato a fare anche Francesco, bisogna porre al centro di ogni decisione, il bene comune. Di una situazione simile ha scritto alcune rime satiriche Giuseppe Giusti, alla fine dell''800 . Rileggiamole. Dobbiamo uscire da questo incubo.
Deve esserci un Dopo, che sia caratterizzato da una rinascita democratica, un Dopo anche per la politica.

Buon primo maggio


L'unico modo di fare un ottimo lavoro è amare quello che fai. Se non hai ancora trovato ciò che fa per te, continua a cercare, non fermarti, come capita per le faccende di cuore, saprai di averlo trovato non appena ce l'avrai davanti. E, come le grandi storie d'amore, diventerà sempre meglio col passare degli anni. Quindi continua a cercare finché non lo troverai. Non accontentarti. Sii affamato. Sii folle.
Steve Jobs

domenica 26 aprile 2020

Onorare i padri l'impegno per questo 25 aprile

Antonio Trebeschi 
Sindaco di Collebeato (BS)
25 aprile 2020
“Onorare i padri” è il titolo di una raccolta di scritti di protagonisti della Resistenza pubblicata dall’Associazione Fiamme Verdi “per mantenere viva la fiaccola della libertà che i nostri Padri ci hanno affidato”.
In rete si trova una bella poesia di Fulvio Marcellitti dedicata ai tanti padri e madri di un tempo, oggi nonni, che nei giorni di questa pandemia ci hanno lasciato.
“Se ne vanno. Mesti, silenziosi, come magari è stata umile e silenziosa la loro vita, fatta di lavoro, di sacrifici. Se ne va una generazione, quella che ha visto la guerra, ne ha sentito l’odore e le privazioni, tra la fuga in un rifugio antiaereo e la bramosa ricerca di qualcosa per sfamarsi. Se ne vanno… visi segnati da rughe profonde… Mani che hanno spostato macerie…
Ci lasciano, avvolti in un lenzuolo, come Cristo nel sudario… con il sudore hanno ricostruito questa nostra nazione, regalandoci quel benessere di cui abbiamo impunemente approfittato. Se ne va l’esperienza, la comprensione, la pazienza, la resilienza, il rispetto, pregi oramai dimenticati. Se ne vanno senza una carezza, senza che nessuno gli stringesse la mano, senza neanche un ultimo bacio. Se ne vanno i nonni, memoria storica del nostro Paese, patrimonio della intera umanità.
L’Italia intera deve dirvi GRAZIE e accompagnarvi in quest’ultimo viaggio con 60 milioni di carezze…”.
In questi giorni militari dell’Armata Russa [Giornale di Brescia 22/04/2020], affiancati da militari italiani con il supporto logistico degli alpini in congedo, sono entrati in azione sul territorio bresciano. Per un mese opereranno sull’intera provincia alla disinfezione delle case di riposo e delle residenze sanitarie per disabili, compresa la scuola Nikolajewka di Brescia, circostanza dal grande valore simbolico, pensando alla drammatica battaglia che gli alpini italiani combatterono nel 1943 contro i reparti dell’Armata Rossa.
Questa pandemia ha sovvertito e sta sovvertendo tante condizioni che abbiamo dato troppo spesso per scontate, acquisite per sempre – magari solo per una parte, ma la cosa non ci preoccupava più di tanto. C’è chi dice che niente potrà più essere lo stesso.
Certamente non potrà tornare chi ci ha lasciato e la crisi profonda che sta travolgendo interi settori dell’economia non sarà facile da superare.
Il blocco di gran parte delle attività ed di ogni tipo di contatto umano, la scoperta di una vulnerabilità dalla quale nessuno ha potuto ritenersi indenne, ci deve portare ad una riflessione che in questi anni di frenetica corsa abbiamo, per lo più, superficialmente accantonato.
Una riflessione sul nostro rapporto con l’ambiente e con gli altri, una riflessione sulle priorità della vita, una riflessione sul corretto uso delle risorse.
Con la consueta lucidità Papa Francesco sollecita questa riflessione.
“Le frontiere cadono, i muri crollano e tutti i discorsi integralisti si dissolvono dinanzi a una presenza quasi impercettibile che manifesta la fragilità di cui siamo fatti. Saremo capaci di agire responsabilmente di fronte alla fame che patiscono tanti, sapendo che c’è cibo per tutti? Continueremo a guardare dall’altra parte con un silenzio complice dinanzi a quelle guerre alimentate da desideri di dominio e di potere? Saremo disposti a cambiare gli stili di vita che subissano tanti nella povertà, promuovendo e trovando il coraggio di condurre una vita più austera e umana che renda possibile una ripartizione equa delle risorse? Adotteremo, come comunità internazionale, le misure necessarie per frenare la devastazione dell’ambiente o continueremo a negare l’evidenza? La globalizzazione dell’indifferenza continuerà a minacciare e a tentare il nostro cammino?”.
Penso che questa celebrazione possa essere una buona opportunità per andare a ritrovare validi riferimenti, forse dimenticati o, comunque, mai abbastanza fatti propri.
Il 25 Aprile, Festa della Liberazione, è la data che rappresenta uno spartiacque nella storia del nostro Paese. La fine della tragedia della guerra e della dittatura fascista, con la sua politica fondata su superiorità, discriminazione, separazione e autoritarismo, che faceva leva sulla minaccia, sulla paura e sulla delazione.
I valori e gli ideali che unirono le varie anime della Resistenza vennero espressi nella Carta Costituzionale dove, nella ferma volontà di tradurre in precise disposizioni le speranze e le attese per un profondo cambiamento dello Stato e della società, vennero posti tra i principi fondamentali Diritti Inviolabili e Doveri Inderogabili per ogni cittadino:
“Doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale [art. 2]; pari dignità sociale e uguaglianza davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali [art.3]; il diritto al lavoro e il dovere di svolgere un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società [art.4]; il diritto d’asilo allo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche [art. 10]”;
E ancora: “il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi [art. 17]; di associarsi liberamente [art. 18]; di professare liberamente la propria fede religiosa [art. 19]; di manifestare liberamente il proprio pensiero [art. 21]; il diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del proprio lavoro [art. 36]; al mantenimento e all’assistenza sociale per chi è inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere  [art. 38]; il diritto di sciopero [art. 40]; il sacro dovere di difendere la Patria [art. 52]; il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi e, per i cittadini cui sono affidate le funzioni pubbliche, il dovere di adempierle con disciplina e onore [art. 54]”.
Un dettato costituzionale e i suoi ideali ispiratori che non solo caratterizzano la netta cesura con il sistema di violenza e terrore nazifascista, ma costituiscono il solido riferimento del nostro sistema democratico. E a questi  contenuti dobbiamo guardare non come vessillo da sbandierare o brandire contro gli avversari politici quando fa comodo, magari senza neppure conoscerli, ma come reale fondamento per le nostre scelte.
Lionello Levi Sandri che guidò i partigiani nelle battaglie del Mortirolo e, dopo la guerra, fu consigliere comunale a Brescia, Commissario europeo e presidente del Consiglio di Stato, ai comandanti partigiani, a Bassano del Grappa nel 1984, ricordava che:
“la Resistenza e gli ideali che l’hanno ispirata possono ancora incidere ed essere vivi nella nostra società… solo se saremo capaci di alimentare ancora la nostra rivolta morale, se saremo decisi a non accettare le ingiustizie e le prepotenze e a non essere di fronte ad esse sordi ed inerti; se rimarremo ribelli ad ogni forma di ingiustizia, di sopraffazione, di iniquità, comunque essa si manifesti”.
Mentre per lo storico Pietro Scoppola:
“Il processo di liberazione non è mai compiuto: non è compiuto nelle coscienze dei singoli, non lo è nella vita sociale. La liberazione dell’uomo, di tutti gli uomini, dall’oppressione, dalla miseria, dall’ignoranza, dalla paura… è un obiettivo sempre valido, sempre necessario e sempre aperto.
Celebrare il 25 aprile significa … aprirsi alla cultura della liberazione, all’idea di traguardi più avanzati di dignità e di libertà umana, a una idea di democrazia che coniuga tensione utopica e ricerca di adeguati strumenti istituzionali; significa aprirsi alla prospettiva di una lotta per la liberazione che continua oggi e deve continuare domani”.
Pertanto se davvero vogliamo “Onorare i Padri” a 75 anni dalla Liberazione, “mantenere viva la fiaccola della libertà che ci hanno affidato”  e, soprattutto, intraprendere un serio cammino per superare la crisi della pandemia verso una condizione di maggiore equità e giustizia, dovremo essere capaci di seguire il loro insegnamento e il loro esempio.
La ricostruzione dalle macerie della guerra è stato frutto di concordia ed unità d’intenti, competenza, coraggio, lungimiranza ed anche attenzione ai più deboli.
Basta allora sterili battibecchi tra tifoserie politiche, che non guardano ai contenuti ma soltanto alla visibilità. Basta superficialità e improvvisazione. Ciascuno dia il proprio contributo in modo onesto e costruttivo. Le risorse a disposizione devono essere indirizzate alle reali necessità, attraverso valutazioni serie, guardando ad un orizzonte che vada al di là della ricerca del consenso immediato.
Il sacro dovere di difendere la Patria si dovrà tradurre nel potenziamento – finanziamenti e strategie organizzative – della ricerca, della sanità, delle politiche sociali, della scuola, del sistema di accoglienza, della messa in sicurezza di strutture e territorio. Basta muri, separazioni, discriminazioni, furbizie, evasione fiscale. Che, finalmente, il Parlamento abbia il coraggio di ridurre significativamente le spese per gli armamenti e eliminare i decreti sicurezza. Non è davvero più pensabile che si investano ogni anno decine di miliardi di euro per cacciabombardieri nucleari e altre armi da guerra e ci siano leggi che alimentano l’irregolarità e la discriminazione.
Aldo Moro nel 1944 scriveva: “Ora dobbiamo percorrere una lunga e difficile strada: dobbiamo appunto ricostruire. Cominciamo di qui. Rimettiamoci tutti a fare con semplicità il nostro dovere… Chi ha da studiare, studi. Chi ha da insegnare, insegni. Chi ha da lavorare, lavori. Chi ha da combattere, combatta. Chi ha da fare della politica attiva, la faccia, con la stessa semplicità di cuore con la quale si fa ogni lavoro quotidiano. Madri e padri attendano ad educare i loro figlioli. E nessuno pretenda di fare più o meglio di questo. Perché questo è veramente amare la Patria e l’umanità”.
Concludo con le parole pronunciate i giorni scorsi da Papa Francesco:
“Se abbiamo potuto imparare qualcosa in tutto questo tempo è che nessuno si salva da solo… Ogni azione individuale non è un’azione isolata, nel bene o nel male. Ha conseguenze per gli altri, perché tutto è interconnesso.
Questo è il tempo… che ci chiede di non conformarci né accontentarci, e tanto meno di giustificarci con logiche sostitutive o palliative, che impediscono di sostenere l’impatto e le gravi conseguenze di ciò che stiamo vivendo. Questo è il tempo propizio per trovare il coraggio di una nuova immaginazione del possibile.
Che ci trovi con gli anticorpi necessari della giustizia, della carità e della solidarietà.  Non possiamo permetterci di scrivere la storia presente e futura voltando le spalle alla sofferenza di tanti.
Non dobbiamo aver paura di vivere l’alternativa della civiltà dell’amore, che è “una civiltà della speranza: contro l’angoscia e la paura, la tristezza e lo sconforto, la passività e la stanchezza. La civiltà dell’amore si costruisce quotidianamente, ininterrottamente. Presuppone uno sforzo impegnato di tutti. Presuppone, per questo, una comunità impegnata di fratelli”.

giovedì 23 aprile 2020

giornata mondiale del libro

«Leggere è come pensare, come pregare, come parlare con un amico, come esporre le tue idee, come ascoltare le idee degli altri, come ascoltare musica sì, sì come contemplare un paesaggio, come uscire a fare una passeggiata sulla spiaggia.» Roberto Bolaño

mercoledì 22 aprile 2020

La cura della casa comune


Catechesi in occasione della 50ª Giornata Mondiale della Terra
Papa Francesco
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Oggi celebriamo la 50ª Giornata Mondiale della Terra. È un’opportunità per rinnovare il nostro impegno ad amare la nostra casa comune e prenderci cura di essa e dei membri più deboli della nostra famiglia. Come la tragica pandemia di coronavirus ci sta dimostrando, soltanto insieme e facendoci carico dei più fragili possiamo vincere le sfide globali. La Lettera Enciclica Laudato si’ ha proprio questo sottotitolo: “sulla cura della casa comune”. Oggi rifletteremo un po’ insieme su questa responsabilità che caratterizza il «nostro passaggio su questa terra» (LS, 160). Dobbiamo crescere nella coscienza della cura della casa comune.
Siamo fatti di materia terrestre, e i frutti della terra sostengono la nostra vita. Ma, come ci ricorda il libro della Genesi, non siamo semplicemente “terrestri”: portiamo in noi anche il soffio vitale che viene da Dio (cfr Gen 2,4-7). Viviamo quindi nella casa comune come un’unica famiglia umana e nella biodiversità con le altre creature di Dio. Come imago Dei, immagine di Dio, siamo chiamati ad avere cura e rispetto per tutte le creature e a nutrire amore e compassione per i nostri fratelli e sorelle, specialmente i più deboli, a imitazione dell’amore di Dio per noi, manifestato nel suo Figlio Gesù, che si è fatto uomo per condividere con noi questa situazione e salvarci.
A causa dell’egoismo siamo venuti meno alla nostra responsabilità di custodi e amministratori della terra. «Basta guardare la realtà con sincerità per vedere che c’è un grande deterioramento della nostra casa comune» (ibid., 61). L’abbiamo inquinata, l’abbiamo depredata, mettendo in pericolo la nostra stessa vita. Per questo, si sono formati vari movimenti internazionali e locali per risvegliare le coscienze. Apprezzo sinceramente queste iniziative, e sarà ancora necessario che i nostri figli scendano in strada per insegnarci ciò che è ovvio, vale a dire che non c’è futuro per noi se distruggiamo l’ambiente che ci sostiene.
Abbiamo mancato nel custodire la terra, nostra casa-giardino, e nel custodire i nostri fratelli. Abbiamo peccato contro la terra, contro il nostro prossimo e, in definitiva, contro il Creatore, il Padre buono che provvede a ciascuno e vuole che viviamo insieme in comunione e prosperità. E come reagisce la terra? C’è un detto spagnolo che è molto chiaro, in questo, e dice così: “Dio perdona sempre; noi uomini perdoniamo alcune volte sì alcune volte no; la terra non perdona mai”. La terra non perdona: se noi abbiamo deteriorato la terra, la risposta sarà molto brutta.
Come possiamo ripristinare un rapporto armonioso con la terra e il resto dell’umanità? Un rapporto armonioso … Tante volte perdiamo la visione della armonia: l’armonia è opera dello Spirito Santo. Anche nella casa comune, nella terra, anche nel nostro rapporto con la gente, con il prossimo, con i più poveri, come possiamo ripristinare questa armonia? Abbiamo bisogno di un modo nuovo di guardare la nostra casa comune. Intendiamoci: essa non è un deposito di risorse da sfruttare. Per noi credenti il mondo naturale è il “Vangelo della Creazione”, che esprime la potenza creatrice di Dio nel plasmare la vita umana e nel far esistere il mondo insieme a quanto contiene per sostenere l’umanità. Il racconto biblico della creazione si conclude così: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gen 1,31). Quando vediamo queste tragedie naturali che sono la risposta della terra al nostro maltrattamento, io penso: “Se io chiedo adesso al Signore cosa ne pensa, non credo che mi dica che è una cosa molto buona”. Siamo stati noi a rovinare l’opera del Signore!
Nel celebrare oggi la Giornata Mondiale della Terra, siamo chiamati a ritrovare il senso del sacro rispetto per la terra, perché essa non è soltanto casa nostra, ma anche casa di Dio. Da ciò scaturisce in noi la consapevolezza di stare su una terra sacra!
Cari fratelli e sorelle, «risvegliamo il senso estetico e contemplativo che Dio ha posto in noi» (Esort. ap. postsin. Querida Amazonia, 56). La profezia della contemplazione è qualcosa che apprendiamo soprattutto dai popoli originari, i quali ci insegnano che non possiamo curare la terra se non l’amiamo e non la rispettiamo. Loro hanno quella saggezza del “buon vivere”, non nel senso di passarsela bene, no: ma del vivere in armonia con la terra. Loro chiamano “il buon vivere” questa armonia.
Nello stesso tempo, abbiamo bisogno di una conversione ecologica che si esprima in azioni concrete. Come famiglia unica e interdipendente, necessitiamo di un piano condiviso per scongiurare le minacce contro la nostra casa comune. «L’interdipendenza ci obbliga a pensare a un solo mondo, ad un progetto comune» (LS, 164). Siamo consapevoli dell’importanza di collaborare come comunità internazionale per la protezione della nostra casa comune. Esorto quanti hanno autorità a guidare il processo che condurrà a due importanti Conferenze internazionali: la COP15 sulla Biodiversità a Kunming (Cina) e la COP26 sui Cambiamenti Climatici a Glasgow (Regno Unito). Questi due incontri sono importantissimi.
Vorrei incoraggiare a organizzare interventi concertati anche a livello nazionale e locale. È bene convergere insieme da ogni condizione sociale e dare vita anche a un movimento popolare “dal basso”. La stessa Giornata Mondiale della Terra, che celebriamo oggi, è nata proprio così. Ciascuno di noi può dare il proprio piccolo contributo: «Non bisogna pensare che questi sforzi non cambieranno il mondo. Tali azioni diffondono un bene nella società che sempre produce frutti al di là di quanto si possa constatare, perché provocano in seno a questa terra un bene che tende sempre a diffondersi, a volte invisibilmente» (LS, 212).
In questo tempo pasquale di rinnovamento, impegniamoci ad amare e apprezzare il magnifico dono della terra, nostra casa comune, e a prenderci cura di tutti i membri della famiglia umana. Come fratelli e sorelle quali siamo, supplichiamo insieme il nostro Padre celeste: “Manda il tuo Spirito e rinnova la faccia della terra” (cfr Sal 104,30).