venerdì 30 settembre 2016

Quelli del no

Giorgio Tonini
30 settembre 2016
Quelli del No vogliono tornare ai bei vecchi tempi della proporzionale, quando alle elezioni non perdeva nessuno e vincevano tutti. Ma guai se gli dici che allora vogliono tornare alle coalizioni, alle alleanze in parlamento, perennemente instabili e prive di una reale investitura popolare. Grillini e demosinistri, leghisti e berlusconiani (oggi anche Parisi) rispondono indignati che vogliono la proporzionale, ma senza alleanze e neppure intese, né larghe né strette. Insomma, vogliono tuffarsi in acqua, ma non vogliono bagnarsi. Come è accaduto nel Regno Unito della Brexit, anche in Italia, se malauguratamente il Sì dovesse perdere, scopriremmo che la Invencible Armada del No, la grande ammucchiata che va da D'Alema a Gasparri, passando per Grillo e Salvini, non saprebbe cosa fare nemmeno se vincesse...

giovedì 29 settembre 2016

balla balla...

Si dimette anche il ragioniere generale del Comune di Roma. Anvedi come balla Virgi.
Vittorio Zucconi

martedì 27 settembre 2016

Professori e "professorini"

Pierluigi Castagnetti
27 settembre 2016
Sono molto preoccupato per le elezioni americane. Speriamo vada bene il confronto fra i due candidati di stanotte, ma dubito molto, perché la demagogia in questi casi finisce sempre per prevalere. Come sarà il mondo in mano a Trump e Putin?: proviamo a immaginare.
La questione dei migranti sta sconvolgendo non solo gli equilibri politici, ma il pensiero, persino la civiltà, del l'occidente. Abbiamo già visto l'esito del mini referendum domenica scorsa nel Canton Ticino. Poi si ripeterà con conseguenze ancora maggiori con il referendum in Ungheria. Poi, fra pochi mesi, ci saranno le elezioni in Francia e in Germania, dove non ci resta che sperare in soluzioni di centrodestra ragionevoli ed europeiste.
L'asse politico del mondo si sta drammaticamente spostando a favore di populismi radicali: la gente sembra non essere disposta a ragionare.
A ragionare sulle conseguenze. Questa è la sconfitta della politica, e del futuro dei popoli.
In questo clima noi italiani svolgeremo la nostra campagna elettorale referendaria, con certi professori prigionieri del loro irresponsabile egocentrismo che li fa dire: noi siamo professori, gli altri sono professorini.
A costoro mi viene da dire che i "professorini" sono stati decisivi nell'immediato dopoguerra a scrivere la Carta e a ricostruire l'Italia. Speriamo siano loro a salvare il futuro del paese anche oggi.

4 dicembre, dietrologia preventiva

La Stampa 27 settembre 2016
alberto infelise
Una data scelta a caso quella per il referendum?
L’internèt spesso serve a facilitare la vita. Anche quando la vita si complica fino a costringere la gente a votare su una cosa ostica come il referendum sul testo della legge costituzionale. Come hanno già fatto notare in tanti nelle ultime ore, la scelta di domenica 4 dicembre non può essere casuale. Per alcuni è una vergogna (punti esclamativi) per altri c’è sicuramente qualcosa dietro quella data infingarda, così vicina al ponte dell’Immacolata, ad appena tre settimane dal Santo Natale che molti insistono a voler considerare il vero giorno della nascita di Matteo Renzi. 
Così, ecco un breve vademecum, una piccola guida, un decalogo con meno di dieci ricorrenze per non affaticarsi troppo a cercare complotti e ricorrenze dietro il perché sia stata scelta proprio quella data e non altre. 
Il quattro dicembre non è stato scelto a caso, lo sospettavamo. E infatti proprio il 4 dicembre (e quando se no) nella storia sono successe tutte queste cose. 
1110 i crociati conquistavano la città di Sidone (chiara metafora) 
1563 si chiude ufficialmente il Concilio di Trento, aperto diciotto anni prima (un caso?) 
1619, trentotto coloni della parrocchia inglese di Barkeley sbarcano in Virginia e rendono grazie a Dio. Quel giorno è considerato il primo Giorno del Ringraziamento (l’unico dubbio è: ma se uno dice grazie a Renzi, quello poi dice prego o fa finta di niente?) 
1943 fine della Grande Depressione negli Stati Uniti. Riparte l’economia (di guerra), ripartono i consumi, cala la disoccupazione. Il presidente Franklin Delano Roosevelt chiude la Work Progress Administration (vi dice qualcosa, sì?) 
1968 viene fondato il quotidiano cattolico Avvenire, l’Unità (per i più giovani, era un giornale di sinistra piuttosto diffuso) era su piazza già da un po’  
1977 Jean Bedel Bokassa, presidente della Repubblica Centrafricana, si incorona Imperatore Bokassa I. E ancora pensate che sia una data a caso? 
1982 La Repubblica Popolare Cinese adotta la sua costituzione. Da quelle parti dicono sia la più bella del mondo. Solo coincidenze? 
Se tutto questo non vi bastasse, incrollabili positivisti, sappiate che il 4 dicembre 1830 nacque il celebre banchiere Giacomo Grillo e che nello stesso giorno del 1892 venne alla luce il generalissimo Francisco Franco.  
Fate girare. 

lunedì 26 settembre 2016

io voto si il 4 dicembre


Tornare al proporzionale? È come il gioco dell’oca


Walter Veltroni

L'Unità 25 settembre 2016
È davvero incredibile che i portatori radicali del nuovo mondo oggi propongano il ritorno al sistema proporzionale puro e alle preferenza Cioè la causa della instabilità della prima repubblica
Ho percorso fin qui, per il mio nuovo film, più di tremila chilometri di strade italiane. Sono alla ricerca di ciò che più mi interessa nella vita: le storie, le passioni, le emozioni, i sogni, il pensiero delle persone . Di quelle il cui nome non finisce sui giornali o in televisione, di quelle che sono fuori dai milioni di “occhi di bue” che molti contemporanei pensano di sentire permanentemente accesi su di sé. È l’Italia che lavora, che studia, che pensa, che ha memoria, che ha voglia di raccontare.
Per quello che vale l’universo che ho esplorato – ma, credetemi, tremila chilometri sono più faticosi e attendibili di un sondaggio telefonico improvvisato – è un paese vitale, combattivo, pieno di persone che non si rassegnano, che hanno valori, che non cedono al pessimismo, che si sacrificano, che pensano al futuro.
Ma, rispetto all’altro meraviglioso viaggio in Italia che la vita mi ha riservato, quello fantastico che mi portò in tutte le province italiane per far nascere e consolidare la forza del nascente Pd nel 2008, ho anche misurato quanto ora appaia lontano, a questa Italia del 2016, il discorso pubblico del nostro tempo, la sua ripetitività stanca, la sua rissosità permanente, l’affermarsi costante dell’odio come cifra delle relazioni umane.
Pur in questo tempo di impazzimento delle opinioni pubbliche, di cui la ascesa di Trump è manifesto evidente, nel nostro paese sembra prevalere, sulla rabbia, la sensazione quasi desolata di vivere senza passioni collettive, senza speranze da condividere, divorati da un insieme di “passioni tristi”. Non mi interessa che quello che sto per scrivere appaia come un invito idealistico o astratto. Ma sento che è urgente restituire all’opinione pubblica la relazione virtuosa tra la soluzione concreta dei problemi concreti delle persone e un disegno d’insieme, un sistema di valori e di ragioni che accendano le passioni collettive e spingano i cittadini a non protestare soltanto, a non essere rassegnati ma a partecipare alla dimensione collettiva del vivere.
Da otto anni per correttezza nei confronti di tutti i miei successori, non parlo di Roma, prima o poi lo farò. Qui voglio soffermarmi non su ciò di cui si discute con violenza e furbizia in questi giorni. Voglio parlare invece di quel filmato girato nella metropolitana che vede i cittadini fermi mentre accadono gesti di violenza nei confronti di cittadini inermi. Una città è in primo luogo un’anima, un sentire comune, un luogo di comunità o di egoismo. Se una città smarrisce la sua anima, la cui definizione è un lavoro duro e tenace, tutto può accadere. Da quello che scrivo si capisce che uno come me, difensore appassionato della bellezza della politica , si sforza di cercare l’esperanto che colleghi l’Italia dei cittadini a quella delle istituzioni.
Non credo alle scorciatoie seminate di odio e di integralismo, non credo al qualunquismo e al populismo. Ma, sia chiaro, credo che il trasformismo, la spregiudicatezza morale, la politica come mestiere puramente finalizzato al potere siano quasi peggiori, perché esercitati dall’alto, dei vizi di semplificazione demagogica. La politica deve ritrovare un filo che colleghi le sue scelte quotidiane con un progetto di società nuova, resa necessaria dal tramonto del neoliberismo, dalla crisi della globalizzazione finanziaria e dalle difficoltà drammatiche della democrazia in Occidente. Oggi c’è bisogno di pensiero davvero nuovo, di coraggio intellettuale e politico.
Abbiamo durato fatica a superare i paletti del novecento ma oggi sembriamo, tutti, paralizzati dalla incapacità di immaginare forme di partecipazione, di ruolo dello Stato, di accumulazione e distribuzione della ricchezza, di partecipazione democratica, di mutualità, di rapporto con la scienza e la natura che siano davvero inedite e in sintonia con questa società inedita. Da questo punto di vista devo confessare che mi sembra uno scherzo da buontemponi il giravolta in corso sulla legge elettorale.
Ho sostenuto, in tempi non sospetti, la necessità di rivedere l’Italicum per armonizzarlo con la riforma costituzionale. Io penso che l’Italia abbia bisogno di scegliere con il suo voto il governo, che i cittadini debbano selezionare una nuova classe dirigente legata al territorio, che ci voglia una profonda riforma dei regolamenti parlamentari. E altro ancora.
Ma davvero mi sembra incredibile che i portatori radicali del nuovo mondo, ai quali ho sempre guardato con rispetto e interesse, oggi propongano il ritorno al sistema proporzionale puro e alle preferenze. Cioè la causa della instabilità della prima repubblica, dei governi balneari, delle coalizioni tenute insieme dal potere. Voglio pensare che questa posizione, subito sposata da Berlusconi, sia, in realtà la diabolica materializzazione del proposito esposto, tempo fa, di sfasciare tutto. In Italia ci manca solo la proporzionale pura con partiti deboli, che nascono e muoiono non perché cade un muro ma perché finiscono i parlamentari trasformisti, ci mancano solo le preferenze che sono lo strumento principale della corruzione in politica, dei condizionamenti anche finanziari di lobby e gruppi di interesse.
Io vorrei che l’Italicum venisse corretto nella direzione opposta, ad esempio con collegi uninominali in cui i cittadini scelgano un rappresentante che deve conoscere e restare legato al territorio. Questo paese rischia molto, così. Chi sostiene il maggioritario assoluto il martedì, il mercoledì propone il suo contrario. La distanza tra politica e persone, oggi spesso aggravata dalla fragilità di quei comuni che hanno sempre rappresentato l’anello forte del rapporto cittadini-Stato, rischia di diventare siderale se non ci si accorgerà che, per tutti, è finito il tempo degli scherzi e della goliardia politica. Sarebbe davvero grottesco se prevalesse l’idea di tornare ai governi fatti dalle segreterie di partito e da correnti che non sono neanche più quelli forti di un tempo.
La Dc, il Psi, gli altri, erano partiti che nascevano con radici lontane, che affondavano nella storia italiana. Poi sono stati rovinati proprio da un sistema fondato sui veti, sui giochi, sul potere puro. Vogliamo tornare lì? La democrazia dell’alternanza, i cui meccanismi vanno meglio definiti, è, per me, l’unica soluzione per evitare il possibile tracollo della democrazia italiana. Il nostro sistema, pomposamente definito seconda repubblica, è a metà del tunnel. Solo che, come sempre, invece di correre per guadagnare la luce finale si inverte la rotta, per paura, e si torna all’inizio della galleria. Quando si è bambini ci si diverte con il “Gio co dell’oca”, quello che spesso fa tornare il concorrente alla casella di partenza. Da grandi, da politici, quel gioco innocente diventa un’altra cosa. Diventa un gioco cinico, spregiudicato, irresponsabile.

Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma


Guido Formigoni
23 settembre 2016
In occasione del centenario della nascita di Aldo Moro (23 settembre 1916) pubblichiamo le Conclusioni del libro che l’autore ha dedicato al profilo dello statista democristiano (Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, Mulino 2016). Il volume è in libreria da pochi giorni.
Aldo Moro crebbe come un giovane intellettuale cattolico meridionale dotato di una fede cristiana convinta e di una cultura giuridica in cui spiccava una inconsueta apertura verso la moderna dimensione statuale. Intendendo lo Stato come strumento di una società articolata, si impegnò nelle organizzazioni intellettuali laicali del mondo cattolico, fino a livelli dirigenziali, che sotto il fascismo erano (anche) l’unico modo per arricchire e articolare quella società. Vi rimase legato poi nella primissima stagione dopo la caduta del regime fascista, mentre sviluppava un’attività giornalistica e in qualche modo di analista della politica, che mostrava vivo interesse e coinvolgimento umano verso la nascente democrazia. Costruiva intanto una professionalità di giurista e insegnante universitario, che non volle abbandonare per tutta la sua vita (coltivando anzi spesso l’idea di tornarvi a tempo pieno).
Entrò direttamente in politica solo attraverso l’elezione alla Costituente, in quota all’associazionismo cattolico e su spinta del suo arcivescovo, dopo un approdo tardivo alla neonata Democrazia cristiana. Doveva maturare nell’esperienza straordinaria e creativa di elaborazione della Carta fondamentale della Repubblica, in cui ebbe un ruolo di giovane ma già rilevante protagonista, il senso primario della sua progettualità politica successiva. Dalla frequentazione e condivisione delle battaglie del gruppo dossettiano maturò la convinzione secondo cui il problema politico essenziale del dopoguerra era perseguire e approssimare sempre meglio il progetto di Stato democratico e sociale delineato nella prima parte della Costituzione. Dall’ammirazione per (e dalla prima collaborazione con) De Gasperi, invece, ricavò la constatazione in qualche modo aggiuntiva che la Dc poteva muoversi in quella direzione solo portandosi dietro faticosamente la gran parte del moderatismo italiano: un concetto espresso primariamente nell’esigenza continua di unità del suo composito partito. Con il corollario di una politica di convergenze con altri partiti democratici, utile per gli equilibri con il retroterra ecclesiastico ma anche per l’allargamento progressivo dell’inclusione civile, nel quadro delicatissimo della guerra fredda.
Partecipando alla «seconda generazione» del partito, coagulata nella corrente di Iniziativa democratica, Moro fu vicino alla leadership volitiva di Fanfani e sperimentò il meccanismo delicato della guida del gruppo parlamentare, fino all’acquisizione della segreteria della Dc a seguito della rivolta antifanfaniana nel partito. Per vent’anni, dal 1959 fino alla morte, esercitò quindi un ruolo di preminenza e di guida politica nella Dc e nel paese. Nei quattro anni di segreteria politica sperimentò e affinò una sua forma di leadership avvolgente e inclusiva, mirata a sedimentare i problemi e a far emergere le soluzioni migliori perché pensate e condivise, a costo di qualche rinvio e compromesso (spesso rimproveratogli dai suoi critici e oggettivamente valutabile come l’altro lato della medaglia della sua sensibilità).
Politico della parola se mai ce ne sia stato uno, si affacciò timidamente all’era della politica e della comunicazione di massa, cercando di mantenere il suo schema logico e la sua volontà di convincere razionalmente il pubblico e l’elettorato: altro elemento che gli valse nell’opinione pubblica ampie basi di consenso, ma anche manifestazioni di indifferenza o di lontananza, estese fino al fastidio e all’insofferenza. Riuscì a ricucire con Fanfani sull’esigenza di allargare le basi dell’equilibrio democratico con l’inserimento governativo dei socialisti, lentamente usciti dallo schema frontista. Obiettivo che gli costò una durissima battaglia nel campo ecclesiastico, ma che riuscì a completare con il capolavoro di una sostanziale convergenza unitaria della Dc, rimasta per anni a forte rischio di spaccatura.
Passato alla presidenza del Consiglio dei ministri nel 1963, con il primo governo organico di centro-sinistra, dovette gestire i contraccolpi di quella vittoria, con la pressione spiccata del moderatismo democristiano, della Comunità europea e dei timorosi ceti produttivi e imprenditoriali italiani. Lo dovette fare in un clima di apprensione per il rallentamento del boom economico, per lo scarso equilibrio dei conti pubblici, per i nuovi equilibri sociali che si delineavano con la ripresa delle lotte sindacali, per la non facile integrazione governativa dei socialisti. Riuscì a guidare una politica riformatrice magari sotterranea e spezzettata, ma non del tutto priva di risultati, sia in una serie minuta di tasselli legislativi, sia per l’istruzione di qualche ulteriore riforma, che avrebbe visto la luce nella legislatura successiva. Acquisì lentamente ma sicuramente una sua statura internazionale, nell’orizzonte occidentale favorito dalla sponda positiva costruita con la leadership democratica kennedyana americana, impegnandosi nel tentativo di salvare e rilanciare il processo integrativo europeo, in uno scenario complicato dalle crisi locali e periferiche che accompagnavano il processo di distensione internazionale (dal Vietnam al Medio Oriente). La convergenza di condizioni favorevoli gli permise di rappresentare – a suo modo – il lato italiano di un grande processo internazionale di ammodernamento riformatore delle democrazie occidentali postbelliche.
Dopo il 1968, scaricato dalla guida del governo ed emarginato nel suo partito, meditò il ritiro dalla politica, ma decise invece di rilanciare un’iniziativa minoritaria e incisiva, che partiva dalla lettura del sommovimento sociale in corso (il movimento degli studenti, le rivendicazioni operaie, le istanze libertarie e secolarizzanti di una nuova soggettività umana nella nascente società del benessere). Una condizione ambivalente, aperta a una nuova stagione di crescita e articolazione della democrazia, ma anche a un pericoloso scontro tra velleitarismi rivoluzionari e reazioni conservatrici, innervate da rischi eversivi palesi e occulti. Predicò per cinque anni la necessità per la Dc di governare il problema, per non farsi travolgere. Restò minoranza nel partito, ben oltre la sua precedente immagine di mediatore assoluto piuttosto passivo, sperimentando battaglie e frustrazioni. Convergendo peraltro a sostenere gli equilibri possibili degli ultimi fragili governi del residuo centro-sinistra, in cui si ritagliò il ruolo di ministro degli Esteri. Nella politica internazionale, diede prova come sempre di lucidità di visione e anche di qualche capacità operativa, almeno al livello permesso a un paese intermedio come l’Italia, nella crescente e complessa interdipendenza internazionale.
Promosse nel 1973 un nuovo accordo di convergenza unitaria nell’oligarchia democristiana, con cui tornò al centro della scena. Dovette però raffinare il suo percorso, con una serie di laceranti andamenti divergenti tra le diverse condizioni di possibilità minimali della sua strategia: un partito in crescente sindrome da conservazione del potere e sempre più appannato nella sua legittimazione presso l’opinione pubblica, una radicalizzazione della violenza politica di minoranze che oscuravano i nuovi spazi di una democrazia partecipata, una cultura riformatrice in difficoltà a guidare la crisi economica interna e internazionale, l’esaurimento delle alleanze di centro-sinistra per una polarizzazione interna delle sue componenti, la mobilità insicura degli scenari internazionali con l’indebolimento della guida statunitense e una distensione europea fragile e ambivalente.
La tensione interna tra le diverse componenti della sua politica assunse toni di drammaticità via via più spiccata. La gestione della crescita elettorale comunista dopo il 1975, che delineava una «terza fase» della democrazia italiana, fu il suo ultimo obiettivo, parzialmente riuscito nel dare una sponda processuale al consolidamento della identità del Pci come forza inserita nella democrazia parlamentare e capace di metabolizzare i vitali e confusi fermenti di protagonismo e di cambiamento emergenti nel paese. Processo che doveva consolidare il sistema democratico e accompagnare l’evoluzione ideologica e politica del maggior partito di opposizione, senza cedere per principio a logiche strettamente consociative, oppure allo schema berlingueriano del «compromesso storico». Un processo che venne tragicamente interrotto con il sequestro e l’assassinio. La sua mite e persistente volontà di mediazione e di incontro, che si sforzava di ricondurre ogni dato rea le all’interno di un disegno evolutivo della politica democratica – a tratti raggiungendo lo sfinimento e sfiorando la passività, pur di non squilibrare il delicatissimo sistema nazionale – non poté nulla nei confronti della violenza terroristica e nemmeno dei limiti della risposta statuale a quella violenza. Il terrorismo lo colpì anzi proprio per la sua politica di consolidamento evolutivo della democrazia, nel superamento dei limiti della guerra fredda e dell’ingessatura conservatrice della società italiana: difficile ancora oggi dire se e come in quella violenza ci fosse anche il riverbero di una opposizione radicale alla sua politica di altro segno e altra matrice.
La vicenda oscura del suo assassinio non basta a obnubilare la sua parabola di politico e di statista. Ma in qualche modo ha dato il suggello definitivo a un ruolo storico che egli pensava nel senso dell’evoluzione, della crescita, del pacifico e ordinato movimento verso obiettivi condivisi. E che invece è stato segnato dalla contrapposizione aspra e dall’incomprensione sul fronte esterno. Ma anche da una interna tensione e da una drammaticità coscienziale ed esistenziale crescente, di cui abbiamo la possibilità di cogliere solo alcuni bagliori, addentrandoci con rispetto fino a dove il discorso e la comprensione diventano davvero difficili. Il giudizio sugli esiti della sua parabola esistenziale può essere anche molto diverso a seconda dei punti di vista e dei criteri storici, ma questo non dovrebbe impedire di considerare l’originalità delle sue intenzioni e delle sue motivazioni. Molti aspetti della sua esperienza e della sua biografia restano da conoscere meglio o almeno da approfondire, ma pare di poter dire che il segno lasciato dalla sua parabola umana sia stato di tutta rilevanza nella storia d’Italia e probabilmente anche dell’Europa e del mondo contemporanei.