lunedì 29 luglio 2013

Pirellone, "50mila euro di consulenza al leghista Galli per la macroregione"

La denuncia arriva dal capogruppo pd alla Regione Lombardia: "Il governatore Maroni ha affidato l'incarico all'ex presidente della Provincia di Varese. Forse per compensare la sua mancata nomina ad assessore?"

Dario Galli, ex presidente leghista della Provincia di Varese, oggi commissario dell'ente e già nel consiglio di amministrazione di Finmeccanica, è stato nominato consulente "per lo sviluppo di progetti speciali a livello macroregionale" dal presidente della Regione Lombardia e leader della Lega, Roberto Maroni. E' quanto riferisce il gruppo consiliare lombardo del Pd in una nota in cui si parla di un "costo di 50mila euro" per la Regione.

"Sembra che per lo sviluppo dell'improbabile macroregione occorra un superconsulente - sostiene nella nota il capogruppo Alessandro Alfieri.

Israele-Palestina I negoziati riaprono a Washington

Un checkpoint israeliano a Betlemme

Primarie aperte per non chiudere il Pd

 
 
Il Partito Democratico procede verso il congresso. Si svolgerà a fine novembre, ha garantito il reggente, Guglielmo Epifani. Con quali regole, però, non si sa ancora. Le regole, d'altronde, non scaldano il cuore dei militanti e degli elettori. Più sensibili ai discorsi sui valori. Ai contenuti. Di cui, peraltro, si sente parlare poco. Le regole, però, contengono i valori.
Li rendono possibili ed effettivi. E le procedure congressuali, attraverso cui vengono scelti i dirigenti e il leader, contribuiscono a definire l'identità stessa del partito. In particolare in questa fase, in cui le elezioni sono divenute un confronto fra persone. Cioè, tra leader di partito. Per questo la discussione avviata in questi giorni è tanto importante. E accesa. Perché serve a stabilire "cosa" e "chi" sarà il Pd. Due questioni che coincidono largamente.
Sono due gli argomenti che generano maggiore tensione. Il primo riguarda il rapporto fra partito e governo. Si traduce nella distinzione oppure la coincidenza fra segretario di partito e premier. L'indicazione del segretario e della maggioranza del Pd prevede l'incompatibilità fra i due ruoli. Un orientamento già sostenuto da Fabrizio Barca, nel suo documento, proposto alcuni mesi fa. Si tratta di una scelta diversa, rispetto alla breve storia del partito. Sia Veltroni sia Bersani, infatti, dopo essere stati eletti segretari, hanno guidato il Pd e gli alleati alle elezioni politiche. Naturalmente, questa distinzione marca la distanza fra il partito - che è "parte" - e il governo dello Stato - che è di tutti. Anche se in altre democrazie europee, come la Germania e l'Inghilterra, il leader del partito che vince le elezioni diviene, automaticamente, premier. Mentre in Francia, regime semi-presidenziale, il presidente è, di fatto, anche leader del suo partito. In Italia, però, la storica sovrapposizione fra Stato e partiti, formatasi durante il fascismo e riprodotta anche successivamente, rende difficile accettare la coincidenza di ruoli. In particolare oggi. In tempi di sfiducia verso i partiti e le istituzioni. E di polemica accesa contro i costi della politica. Tuttavia, nei fatti, è difficile dissociare i due ruoli. In particolare, guidare il governo senza il controllo sul partito. Come dimostra l'esperienza di Prodi. Tra il 1996 e il 1998: premier senza partito. In balia delle fluttuazioni dell'Ulivo - internamente e profondamente diviso. Mentre dieci anni dopo, nel 2008, la caduta del suo governo fu, se non favorita, almeno agevolata dall'elezione alla segreteria del Pd di Walter Veltroni. Non a caso, candidato premier alle elezioni politiche di quell'anno.
La seconda questione riguarda il "metodo" per designare il segretario. Fino ad oggi, è stato scelto attraverso primarie "aperte" agli elettori del Pd. Così sono stati eletti Veltroni, nel 2007, e Bersani, nel 2009. Le primarie hanno costituito, per questo, una sorta di "rito fondativo" che radica la legittimazione del partito, prima ancora della leadership, sul coinvolgimento dei militanti, ma anche degli elettori. D'altra parte, la partecipazione alle primarie può essere considerata una sorta di "iscrizione", visto che richiede la condivisione - e la sottoscrizione  - dei valori e dei programmi del partito, ma anche il pagamento di una quota. Un'autodichiarazione esplicita a favore del partito.
Tuttavia, c'è chi preferirebbe rinunciare alle primarie, limitandole alla scelta del candidato premier. Dunque, nell'ambito della coalizione. La scelta del segretario, invece, dovrebbe avvenire attraverso congressi di partito. Fra gli iscritti. Al più, come ha precisato Epifani, fra gli "aderenti" (?). Come si vede, la discussione sulle regole evoca questioni sostanziali. Che riguardano quale modello di partito insegua il Pd. E, prima ancora, con quali progetti, contenuti, programmi. Leader.
Invece, è difficile scacciare il sospetto che tutta, ma proprio tutta, la discussione ruoti intorno al futuro di Matteo Renzi. Che un'ampia parte del gruppo dirigente fatica ad accettare alla guida del Pd. Renzi stesso, d'altronde, pare molto più interessato a conquistare la guida del governo più che quella del partito. Probabilmente, anche gli altri leader del Pd lo preferirebbero in quel ruolo. Dopo l'esperienza delle elezioni recenti, è evidente come Renzi sia in grado di allargare i consensi del centrosinistra. Di farlo "vincere" davvero. Tuttavia, in questo momento, il posto di premier è già occupato. Da un altro leader del Pd, Enrico Letta. Giovane e accreditato nell'opinione pubblica. Letta guida una maggioranza che riunisce gli avversari di sempre. Pd e Pdl. Un governo di emergenza e di necessità. Così le strade di Renzi e di Letta sembrano incrociarsi e, in parte, scontrarsi. La durata del governo, infatti, appare un vantaggio per Letta e, comunque, un fattore di usura per Renzi. Così gli avversari di Renzi scommettono sulla durata del governo. Mentre Renzi sembra scommettere sulla fine delle larghe intese e del governo di scopo. Al di là di valutazioni politiche: per ragioni interne al Pd.
Ammetto che questa discussione non mi appassiona. E mi pare, anzi, inaccettabile. Il Pd ha bisogno di una leadership autorevole e condivisa. E, per questo, espressa attraverso il coinvolgimento degli elettori. Il più largo possibile. Dunque, attraverso primarie aperte. Il congresso, le primarie, devono offrire al Pd l'occasione per discutere del presente e del futuro. Del Paese. Dell'economia, del lavoro e del non lavoro. Delle riforme istituzionali ed elettorali. Ma anche di se stesso. Perché il Pd è ancora, come lo definiva Berselli nel 2008, un "partito ipotetico" . Un "partito incompiuto", chiarisce il politologo Terenzio Fava, in un volume in uscita (per Aracne). Perché in costante conflitto interno. Tra giovani e vecchi, centro e periferia, ex e post/democristiani e comunisti... Fra "veltroniani", "dalemiani", "rutelliani", "popolari", "ulivisti", "liberal", "teodem". E ancora: renziani, giovani turchi, ecc. Per questo al Pd può far comodo questa fase di sospensione, all'ombra di un governo sospeso. Ma un partito sospeso non può durare a lungo. Per questo il congresso è una tappa importante, decisiva. E deve essere affrontata in modo aperto. Senza rete. Senza cercare regole per escludere o scoraggiare "qualcuno" in particolare. Per la stessa ragione, se Renzi ambisce a guidare il governo, domani, deve candidarsi a guidare il partito. Oggi. Per progettare il futuro. Non "contro", ma "oltre" questo "governo di servizio" - a tempo determinato. Perché senza conquistare il partito, comunque, non riuscirà a governare molto a lungo. 
La Repubblica 29 luglio 2013

Israele, via alla ripresa dei negoziati Rilasciati 104 detenuti palestinesi

Esteri
La Stampa 28/07/2013 - medio oriente


Il governo ordina le scarcerazioni
Via libera ai negoziati e alla liberazione dei detenuti palestinesi. Dopo un dibattito drammatico di sei ore, in cui spaccature e tensioni si sono manifestate con forza nella coalizione di governo, il premier Benyamin Netanyahu ha ottenuto con 13 voti a favore, 7 contrari e due astensioni il sì all’iniziativa del segretario di Stato John Kerry sulle trattative israelo-palestinesi. 

Il primo appuntamento, preliminare e tecnico, è in programma martedì a Washington. Dal governo Netanyahu ha incassato due puntelli importanti, necessari alla riuscita del progetto. Il primo: un assenso, molto sofferto, alla liberazione di 104 palestinesi detenuti in Israele da oltre 20 anni, da prima degli accordi di Oslo, per aver partecipato a fatti di sangue. Il secondo: l’impegno a far approvare alla Knesset (il parlamento) una legge che consenta di sottoporre ad un referendum qualsiasi accordo venga raggiunto con i palestinesi. 
In questo modo Netanyahu si garantisce per i prossimi mesi la tenuta della coalizione governativa, malgrado la fronda del partito nazionalista Focolare ebraico. Di fronte a questi sviluppi la prima reazione dei dirigenti palestinesi è stata positiva. «Un passo avanti verso la pace», ha commentato il negoziatore palestinese Saeb Erekat. «Speriamo di riuscire a sfruttare questa circostanza». 

La mattinata era iniziata con toni tempestosi e con picchetti di protesta sulla collinetta antistante la sede del governo a Gerusalemme. I parenti di israeliani uccisi negli anni Ottanta protestavano sonoramente contro l’imminente decisione di rimettere in libertà gli autori di quegli attentati. Nei loro volantini avevano pubblicato i numeri di telefono privati dei ministri che presto sono stati sommersi di accorati sms affinché non dessero a Netanyahu il voto desiderato. La seduta di governo si è aperta con forte ritardo. Come aveva già fatto ieri in una lettera aperta alla nazione, Netanyahu ha ribadito che la liberazione di quegli «assassini» (nell’ottica palestinese sono piuttosto «prigionieri di guerra» e «combattenti per la libertà ») gli provoca forti sofferenze. Eppure gli interessi della nazione, ha spiegato, devono avere la precedenza. A dargli manforte, la negoziatrice Tzipi Livni che, a quanto risulta, ha fatto ai ministri un discorso appassionato e travolgente. 

La liberazione dei 104 palestinesi richiesti da Abu Mazen dunque si farà, ma in quattro scaglioni: il primo fra una decina di giorni, l’ultimo fra otto mesi circa. Un ministro ha spiegato che se nel frattempo i palestinesi compiranno «provocazioni» (ad esempio, portando avanti iniziative unilaterali in organizzazioni internazionali) le liberazioni si fermeranno. La spinosa questione della liberazione di arabi cittadini di Israele sarà rinviata fino all’ultimo. Le remore, dunque, sono ancora molte, e la fiducia reciproca scarseggia. Eppure, malgrado tutto, martedì a Washington Erekat, la Livni e il consigliere di Netanyahu Yitzhak Molcho prenderanno in mano l’agenda dei negoziati e ne discuteranno le modalità. In seguito, se tutto andrà per il verso giusto, le trattative israelo-palestinesi potranno finalmente decollare, dopo aver languito per circa quattro anni. 

domenica 28 luglio 2013

Tonini: “Nessuna paura. La morte è un ritorno a Dio”

Michele Brambilla Ravenna

Solo dopo un’ora di colloquio trovo la sfrontatezza per la domanda che mi ero ripromesso di rivolgere al cardinale più vecchio del mondo: ma lei, eminenza, non ha paura della morte? «No»: la risposta di Ersilio Tonini, 97 anni, arcivescovo emerito di Ravenna e di Cervia, è immediata e tanto vigorosa da far apparire quasi misterioso il contrasto tra una simile forza interiore e l’esile, minuta figura dell’uomo che la contiene. Sarà per via della fede: un cristiano pensa che la morte non sia la fine di tutto. Ma pensa o spera? La seconda domanda che faccio è ancora più irriverente: lei non ha mai dubbi di fede? «No», risponde ancora, «grazie a Dio non ho mai avuto dubbi», e probabilmente qualsiasi prelato avrebbe risposto così, ma il cardinal Tonini trasmette qualcosa che ti fa pensare: questo ci crede davvero.
Abita in due piccole stanze dell’Opera Santa Teresa del Bambino Gesù, un istituto per malati gravi. Ma non è qui perché stia poco bene, o per via dell’età: abita qui dal dicembre del 1975, quando salì sulla cattedra di Sant’Apollinare. Decise subito di lasciare l’appartamento riservato all’arcivescovo, in uno splendido palazzo, a una comunità di recupero per tossicodipendenti; e venne qui in quest’Opera Santa Teresa che è considerata il cuore della carità romagnola. Fu un gesto choccante, che mandò in crisi l’anticlericalismo tanto radicato da queste parti.

Sta bene. Per come può star bene un uomo di 97 anni: ma diciamo subito, tanto per prevenire la domanda che si fa sempre in questi casi, che è lucido. «Ho imparato a non aver paura della morte soprattutto quando sono stato parroco, a Salsomaggiore. Appena arrivato, una notte mi mandano a chiamare, c’è uno sta che sta morendo e vuole il prete. Ricordo ancora che mestiere faceva: il tassista. Mi dice: reverendo mi aiuti, voglio comparire dinnanzi a Dio con l’anima libera. Nella sua semplicità voleva offrire la propria morte come atto di restituzione della vita avuta in dono da Dio. Andava incontro alla morte con una serenità impensabile. Mi dissi: c’è sempre gente che ci supera, all’infinito, nella fede».
«Fare il parroco, stare in mezzo alla gente, per me è stata una grande lezione. Mi si è svegliato il senso dello stupore. E mi sono convinto che l’uomo è una meraviglia: davvero si capisce perché nella Bibbia è definito il capolavoro di Dio... Anche nelle persone che credevi più banali alla fine scopri risorse impensabili, un deposito segreto. L’uomo è una creatura tale che non può dissolversi nel nulla». L’ha detto tante volte ma non può non ricordarlo anche ora, nel momento in cui pensa alla sua fede che non è mai venuta meno: «Lo debbo ai miei genitori. Mia madre aveva la terza elementare, ma aveva il gusto di Dio. Quando stava per morire non aveva neppure 60 anni. Ci riunì tutti, noi eravamo cinque figli. Diede a ciascuno di noi il suo suggerimento. Era serena. Per me la famiglia è stato un dono infinito: ho vissuto la sapienza dei poveri, del mondo contadino». Gli chiedo se «parla» ancora con i suoi genitori: «Sì, certo, io li percepisco come vivi».
In un certo senso si considera un collega: ha cominciato a occuparsi di giornalismo nel 1947 dirigendo un settimanale diocesano; nel 1978 Paolo VI lo volle presidente del consiglio di amministrazione di «Avvenire», e vent’anni fa è andato in tv con Enzo Biagi per spiegare agli italiani che cosa sono i dieci comandamenti. Diventò allora un volto noto, la parola di Dio sul piccolo schermo. Nel 1994 Giovanni Paolo II lo nominò cardinale ed Enzo Biagi scrisse: «Non sarà facile per me chiamarlo eminenza. Diventerà un principe della Chiesa però io continuerò a vederlo come il pretino delle mie parti».
«Ero molto legato a Biagi, insieme girammo i teatri di tutta Italia per parlare dei comandamenti. Era vivace, anche puntiglioso in certi momenti, ma è stato geloso del suo mestiere, e questo per me è un merito. Io credo che il giornalismo abbia un grande compito storico, e credo che lo abbia svolto bene, credo che abbia aiutato questa generazione a essere attenta».
«Volevo molto bene anche a Montanelli. Quando, nel 1994, lasciò il Giornale, mi fece chiamare. Mi telefonarono: Montanelli ha bisogno di lei. Aveva voluto radunare alcuni amici. Fu un momento molto bello e mi commuovo ancora quando lo ricordo: si riconosceva che questo benedetto mestiere, o mestieraccio, è - volere o no - uno degli elementi decisivi per lo sviluppo della storia. Se il giornalismo è riuscito a diventare non solo un “fotografo” di quel che accade, ma anche un elemento attivo e positivo della storia, lo si deve anche a uomini come Biagi e Montanelli».

Diffida delle Cassandre, dei pessimisti in servizio effettivo e permanente: «Secondo me il mondo oggi è migliore di trenta o quaranta anni fa. Le racconto un piccolo episodio. Questo Papa, Benedetto XVI, all’inizio del suo pontificato, volle andare in un posto lontanissimo, non ricordo più quale, ma io mi chiedevo che cosa potesse interessargli proprio quell'angolo della terra, lui che si apprestava a ricoprire una responsabilità così grande... E poi ho capito: la novità dell’attuale momento storico è proprio l’universalità. Ci sono popoli che fino a pochi anni fa non avevano voce, e che ora si fanno sentire... L’avere trascurato per tanto tempo una così grande parte dei nostri fratelli è stato un errore enorme. Prenda l’Africa. Oggi l’Africa ci sta dicendo: ci siamo anche noi». E la Chiesa? «Anche la Chiesa oggi è in uno dei suoi momenti migliori. Io sono molto sereno sulla Chiesa di oggi. E questo Papa mi piace molto».
Gli chiedo come immagina il paradiso: «Come Dio che si manifesta nel suo splendore, nella bellezza totale. È difficile trovare parole appropriate. Ma sarà anche il momento in cui avremo la comprensione del tutto. E avremo lo stupore, che è la cosa più bella». Adesso è un po’ stanco, ci saluta. Ci accompagna nel corridoio, su un muro c’è un manifesto con scritto: «Alla fine della vita saremo giudicati sull’amore».

Morto il cardinale Ersilio Tonini

Morto all'età di 99 anni il cardinale Ersilio Tonini. Conosciuto da tutti come grande comunicatore e prete controcorrente, Tonini aveva iniziato il seminario a 11 anni, a 23 era sacerdote. E' stato Giovanni Paolo II nel 1994 a nominarlo cardinale. Si è spento all'Opera Santa Teresa di Ravenna, dove alloggiava da molti anni, nella notte fra sabato e domenica per complicazioni alle sue precarie condizioni di salute. (RCD - Corriere Tv)

Brescia: Gianfranco e suoi libri cacciati da corso Palestro