lunedì 23 settembre 2024

 

REFERENDUM CITTADINANZA

Descrizione iniziativa

La normativa in vigore stabilisce che la cittadinanza italiana possa essere concessa al cittadino straniero legalmente residente nel territorio della Repubblica da almeno 10 anni. Il presente quesito propone di dimezzare tale termine, riportandolo a 5 anni, com’era previsto dalla legislazione prima del 1992 e com’è stabilito in diversi altri Stati UE.
Ai fini della concessione della cittadinanza, oltre alla residenza ininterrotta in Italia (che questo Referendum propone di ridurre a 5 anni) resterebbero invariati gli altri requisiti già stabiliti dalla normativa vigente e dalla giurisprudenza, quali: la conoscenza della lingua italiana, il possesso di adeguate fonti economiche, l’idoneità professionale, l’ottemperanza agli obblighi tributari, l’assenza di cause ostative collegate alla sicurezza della Repubblica.
In Italia le persone in possesso di questi requisiti che potrebbero beneficiare direttamente o indirettamente (figli minori conviventi) dell’intervento proposto sono circa 2,5 milioni.

Quesito iniziativa

«Volete voi abrogare l'art. 9, comma 1, lettera b), limitatamente alle parole "adottato da cittadino italiano" e "successivamente alla adozione"; nonche' la lettera f), recante la seguente disposizione: "f) allo straniero che risiede legalmente da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica.", della legge 5 febbraio 1992, n. 91, recante nuove norme sulla cittadinanza"?».

Approfondimenti

Per ulteriori approfondimenti sull’iniziativa proposta puoi consultare il sito informativo https://www.attivati.referendumcittadinanza.it.

per firmare:

https://pnri.firmereferendum.giustizia.it/.../det.../1100000

 

 Perché non me ne vado (e lotto)

22 settembre 2024

di: Simona Segolon

Se c’è un dato profondamente tradizionale che il Concilio Vaticano II ci ha permesso di interiorizzare è che la chiesa non coincide con la gerarchia. Il Concilio ci ha permesso infatti di ridire in ogni modo possibile quello che abbiamo sempre saputo e cioè che la chiesa è il popolo di tutti quelle e quelli che credono nel Vangelo, che in questa fede sono stati e sono state battezzate e che questa fede vogliono vivere (nonostante tutte le povertà che segnano il proprio vissuto).

Perché rimani nella Chiesa?

Non è dunque ben posta la domanda se chiediamo a un/a credente perché resta nella chiesa, dal momento che ciascun credente è chiesa, insieme agli altri e alle altre. Eventualmente potremmo chiedere a questa persona che cosa la fa soffrire nel vivere e nel dire della chiesa di cui è membro vivo e se questa sofferenza potrebbe portarla ad allontanarsi, a non impegnarsi più, a spendere altrove le risorse che il Vangelo offre.

Molti e molte già fanno questo in realtà. Si è aggiunto infatti al fenomeno, visto da decenni, di una fede in Dio senza sentire il bisogno di appartenere alla chiesa (anche se nessuno può sapere quanto questa sia una fede cristiana o invece una esperienza religiosa altra espressa con categorie cristiane perché il nostro contesto culturale offre solo quelle), il fenomeno di quelli che avendo aderito con consapevolezza alla fede cristiana si allontanano dalla vita della chiesa perché questa non li aiuta, anzi li ostacola nel vivere la fede che hanno conosciuto.

Queste persone, però, si allontanano per la delusione di non aver trovato ciò che era stato loro promesso, perché percepiscono di aver subito un tradimento, e non perché non ritengono di essere chiesa. Se la chiesa si mettesse su altre vie, riprenderebbero il loro impegno.

Questione femminile

Faccio un esempio concreto perché si comprenda di che cosa sto parlando e ne scelgo uno di cui ho competenza e che mi coinvolge sul piano personale: la questione femminile. Nella chiesa lo sbilanciamento simbolico e pratico fra i sessi è enorme, paragonabile a quello che nelle società occidentali si dava trecento anni fa (e non è che quelle di oggi abbiano risolto il problema, anzi).

Se applicassimo all’istituzione ecclesiale i criteri ordinari usati per calcolare il gender gap, ci renderemmo conto dell’assoluta gravità della situazione, per risolvere la quale non basta che qualche leader (sempre maschio) affidi qualche responsabilità ad alcune donne che (ovviamente) sono di suo gradimento. Senza modifiche strutturali delle regole sociali il gioco non cambia e lo squilibrio non viene tolto.

Ora, lo squilibrio simbolico e pratico fra donne e uomini non è solo palesemente – almeno in quella parte di mondo che ha acquisito la pari dignità e capacità fra i sessi – umanamente ingiusto, ma rende la chiesa più debole perché non può investire le risorse e i carismi che lo Spirito dà alle donne e la rende una testimone non credibile del Vangelo che non fa differenza di persone, né tanto meno in queste condizioni la chiesa può essere segno dell’unità di tutto il genere umano (cf. Lumen Gentium 1).

È la chiesa intera dunque ad essere danneggiata dall’incapacità di accorgersi dello squilibrio: è enormemente più debole e meno credibile (fino a essere di scandalo su questo specifico aspetto). E infatti molti (e soprattutto molte), scandalizzati/e, se ne sono andati/e. Perché però altri e altre che percepiscono altrettanto fortemente lo squilibrio e l’ingiustizia continuano il proprio impegno per un reale cambiamento ecclesiale?

Responsabilità

La domanda giusta allora non è chiedersi perché non si esce dalla chiesa – non se ne può uscire infatti una volta che si è conosciuto e amato il Dio di Gesù – ma perché non si smette di impegnarsi per rinnovare e riformare una chiesa che per la maggior parte (ma è poi vero? O è solo la parte che ha più visibilità?) pensa di dovere fare solo piccoli ritocchi per continuare sostanzialmente così come si sarebbe sempre fatto (ovviamente anche questa posizione si basa su una leggenda, perché basta conoscere un po’ di storia per sapere che abbiamo continuamente cambiato dottrine, prassi e riti).

Perché si continua davanti a queste resistenze a perseverare nell’impegno di far capire il danno dello squilibrio nella relazione fra i sessi, quando è più che evidente che il soggetto sociale non ne voglia sapere o che, addirittura, abbia la pretesa di dire alle donne che si accorgono di questa ingiustizia che in realtà l’ingiustizia non ci sarebbe? Non bisognerebbe andarsene altrove a cercare una terra con meno sassi e meno spine?

Nel cercare di rispondere a questa domanda non pretendo di dare una risposta che vale per tutti e tutte né che tenga conto di tutte le prospettive e le sofferenze che ci sono in gioco. Offro, per quel che vale e nulla di più, la mia testimonianza di impegno ecclesiale lungo oramai più di trent’anni. La mia risposta si radica infatti nella stessa dinamica che ha cominciato a farmi sentire parte della chiesa tanti anni fa.

Non è possibile scoprire il Vangelo senza sentirsi inestricabilmente legati a tutti quelli e tutte quelle che riconoscono Gesù come Signore e non è possibile scoprire il Vangelo senza voler fare del bene a tutte le creature (umane e non) perché il Dio della vita vuole la fioritura di tutte loro.

Per questo inestricabile legame, nel momento in cui ci si accorgesse che nella chiesa ciò di cui c’è bisogno non viene fatto, non viene riconosciuto o che le esigenze del Vangelo vengono disattese, chi si dovesse accorgere di questo non può che farsi voce (pur consapevole dei propri limiti e delle proprie infedeltà) delle esigenze di conversione e riforma ecclesiale.

Questo è ciò che mi fa continuare

La mia risposta sul perché continuo nel mio impegno mi riporta dunque al Vangelo che mi lega non solo a Dio, ma tutti e tutte le altre.

Non me ne posso andare, perché anche io sono su questa barca che raccoglie coloro che hanno creduto e porta un tesoro per tutti (cioè la fede e le vite di chi ha creduto), ma non posso nemmeno stare inerme perché infuria forte la tempesta che minaccia la credibilità e il vivere ecclesiale.

Da qui la perseveranza nell’impegno che la chiesa stessa mi chiede (perché sa di averne bisogno): perché tutti e tutte insieme quelli che si accorgono della tempesta possano riuscire a fare quello che fa Paolo durante il naufragio raccontato nel libro degli Atti degli apostoli. Paolo infatti si industria in ogni modo possibile, con la persuasione, la preghiera, la condivisione, l’intelligenza, la cura, per salvare tutte le vite che sono in balia delle onde e per fare questo non si fa alcuno scrupolo di buttare a mare tutto ciò che sta sulla barca fino a distruggere la barca stessa.

Non vado a investire altrove ciò che il Vangelo mi ha offerto, perché sono legata alle altre vite e non voglio che nessuna di queste si perda. Non vado altrove perché dal rinnovamento e dalla riforma ecclesiale dipende la credibilità dell’annuncio del Vangelo di cui l’umanità intera ha bisogno (la perla preziosa che va fatta trovare) per risollevarsi, riposare, guarire, sperare, cambiare il proprio modo di stare al mondo. Questo è ciò che mi fa continuare.

Certo a volte ho l’impressione che lo stile ecclesiale sia quello di buttare a mare le vite per tenere la carcassa danneggiata di una nave inservibile e vuota e questo mi fa soffrire profondamente, ma fino a che in gioco ci sono le vite delle persone non posso e non voglio scendere. Vite che interessano a molti e a molte, vite che vogliamo custodire e far fiorire, vite che vogliono arrivare in salvo sulla riva.

Con questa tensione, anche la barca che si sfascia e imbarca acqua potrebbe essere un segno buono, l’indicazione che stiamo cercando di fare ciò che ci è stato affidato: dare tutto pur di non perdere nessuno. Forse si resta solo per aiutare, mentre una figura di chiesa affonda, a spendersi perché nemmeno una vita si perda, a prendersi cura della vita di ogni filo d’erba, bambino, bambina o frammento di chiesa che si ha a portata di mano: il resto crescerà da sé come il seme di evangelica memoria.

Simona Segoloni è vicepresidente del Coordinamento Teologhe Italiane e docente full time di Ecclesiologia all’Istituto teologico Giovanni Paolo II di Roma. Il suo contributo è stato pubblicato su L’Osservatore romano il 7 settembre 2024 con il titolo: «Cosa ci insegna la barca di Paolo».


venerdì 20 settembre 2024


 

sono passati tre anni dall'ultimo "pezzo" e ci ritroviamo in un mondo completamente cambiato...vorremmo che fosse diverso ma questo è quello che ci offre questa stagione...noi cerchiamo di fare del nostro meglio per renderlo migliore...non ci arrendiamo!!!

martedì 18 maggio 2021

Dichiarazione del Patriarcato latino di Gerusalemme sulle recenti violenze a Gerusalemme

 

Con tutti i Capi delle Chiese, siamo “profondamente scoraggiati e preoccupati per i recenti episodi di violenza a Gerusalemme Est, sia alla Moschea di Al Aqsa che a Sheikh Jarrah, che violano la santità del popolo di Gerusalemme e quella di Gerusalemme come Città della Pace," e richiedono un intervento urgente. La violenza usata contro i fedeli mina la loro sicurezza e il loro diritto di avere accesso ai Luoghi Santi e di pregare liberamente. Lo sgombero forzato dei palestinesi dalle loro case a Sheikh Jarrah è un'altra inaccettabile violazione dei diritti umani fondamentali, quello del diritto a una casa. È una questione di giustizia per gli abitanti della città vivere, pregare e lavorare, ciascuno secondo la propria dignità; una dignità conferita all'umanità da Dio stesso.

Per quanto riguarda la situazione di Sheikh Jarrah, facciamo eco alle parole dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti umani che ha affermato che lo stato di diritto viene "applicato in modo intrinsecamente discriminatorio". Questo è diventato uno dei punti più critici delle crescenti tensioni a Gerusalemme in generale. L’episodio in questione non riguarda una controversia immobiliare tra privati. È piuttosto un tentativo ispirato da un'ideologia estremista che nega il diritto di esistere a chi abita nella propria casa.
Di particolare significato è anche il diritto di accesso ai Luoghi Santi. Ai fedeli palestinesi è stato negato l'accesso alla moschea di Al Aqsa durante questo mese di Ramadan. Queste manifestazioni di forza feriscono lo spirito e l'anima della Città Santa, la cui vocazione è quella di essere aperta e accogliente; di essere una casa per tutti i credenti, con pari diritti, dignità e doveri.
La posizione storica delle Chiese di Gerusalemme è chiara circa la denuncia di ogni tentativo inteso a rendere Gerusalemme una città esclusiva per chiunque. Questa è una città sacra alle tre religioni monoteiste e, sulla base del diritto internazionale e delle pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite, anche una città in cui il popolo palestinese, composto da cristiani e musulmani, ha lo stesso diritto di costruirsi un futuro basato sulla libertà, l'uguaglianza e la pace. Chiediamo pertanto un assoluto rispetto dello status quo di tutti i Luoghi Santi, compreso il complesso della moschea di Al-Aqsa. L'autorità che controlla la città dovrebbe proteggere il carattere speciale di Gerusalemme, chiamata ad essere il cuore delle fedi abramitiche, un luogo di preghiera e di incontro, aperto a tutti e dove tutti i credenti e i cittadini, di ogni fede e appartenenza, possono sentirsi a “casa”, protetti e sicuri.
La nostra Chiesa è stata chiara sul fatto che la pace richiede giustizia. Nella misura in cui i diritti di tutti, israeliani e palestinesi, non saranno sostenuti e rispettati, non ci sarà giustizia e quindi nessuna pace nella città. È nostro dovere non ignorare l'ingiustizia né alcuna aggressione contro la dignità umana, indipendentemente da chi le commette.
Chiediamo alla Comunità Internazionale, alle Chiese e a tutte le persone di buona volontà di intervenire per porre fine a queste azioni provocatorie e di continuare a pregare per la pace di Gerusalemme. Ci uniamo in preghiera con l'intenzione del Santo Padre Papa Francesco che "l'identità multireligiosa e multiculturale della Città Santa possa essere rispettata e che la fraternità possa prevalere".
9 maggio 2021

mercoledì 12 maggio 2021

Una bella storia

Ho letto il libro su Giovanni Landi tutto d’un fiato, così come si legge un romanzo appassionante.

Sono rimasto stupito dalla caratura dell’uomo e dell’importanza della sua azione, oltre che dalle relazioni ampie ed ai massimi livelli.
Ho sempre pensato che Brescia fosse uno dei luoghi di elezione del cattolicesimo-democratico, ma dalla lettura ho visto come non fosse solo uno dei luoghi ma il luogo di incubazione di una cultura politica che a tutt’oggi esprime personalità determinanti per la nostra nazione.
Ho visto in Landi i comportamenti e addirittura i modi di Gervasio e Riccardo, gli amici che ho potuto avvicinare e conoscere più a fondo all'interno della quantità di nomi e personalità che appaiono in questa pubblicazione. Sono passato mentalmente nei luoghi nei quali si è sviluppata quella cultura, fabbrica, sindacato, partiti/società, religione conciliare e resistente. Tutti luoghi scomparsi o comunque rimasti uguali solo nel nome. Belle e, per me, originali e sinteticamente complete le ricostruzioni di Bodrato, Pazzaglia, Fappani, Panighetti, Lovatti. Forte la volontà di Taini di parlare esplicitamente di fatti divisivi ma profondamente qualificanti e significativi. Commoventi le testimonianze dei suoi amici. Sembrano anni nei quali pur nelle frequenti sconfitte, la volontà sembrava aperta alla possibilità. I luoghi dell’incontro in tempi paradossalmente meno facili per la mancanza dei social, sembrano essere stati invece più funzionali alla possibilità di incidere sulla realtà.
Il cattolicesimo-democratico è morto?
Complimenti a tutti quelli che hanno reso possibile questa pubblicazione.
 
Claudio Donghi
Presidente dell'Associazione Gervasio Pagani

 

Dichiarazione del Patriarcato latino di Gerusalemme sulle recenti violenze a Gerusalemme

Con tutti i Capi delle Chiese, siamo “profondamente scoraggiati e preoccupati per i recenti episodi di violenza a Gerusalemme Est, sia alla Moschea di Al Aqsa che a Sheikh Jarrah, che violano la santità del popolo di Gerusalemme e quella di Gerusalemme come Città della Pace," e richiedono un intervento urgente.

La violenza usata contro i fedeli mina la loro sicurezza e il loro diritto di avere accesso ai Luoghi Santi e di pregare liberamente. Lo sgombero forzato dei palestinesi dalle loro case a Sheikh Jarrah è un'altra inaccettabile violazione dei diritti umani fondamentali, quello del diritto a una casa. È una questione di giustizia per gli abitanti della città vivere, pregare e lavorare, ciascuno secondo la propria dignità; una dignità conferita all'umanità da Dio stesso.

Per quanto riguarda la situazione di Sheikh Jarrah, facciamo eco alle parole dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti umani che ha affermato che lo stato di diritto viene "applicato in modo intrinsecamente discriminatorio". Questo è diventato uno dei punti più critici delle crescenti tensioni a Gerusalemme in generale. L’episodio in questione non riguarda una controversia immobiliare tra privati. È piuttosto un tentativo ispirato da un'ideologia estremista che nega il diritto di esistere a chi abita nella propria casa.

Di particolare significato è anche il diritto di accesso ai Luoghi Santi. Ai fedeli palestinesi è stato negato l'accesso alla moschea di Al Aqsa durante questo mese di Ramadan. Queste manifestazioni di forza feriscono lo spirito e l'anima della Città Santa, la cui vocazione è quella di essere aperta e accogliente; di essere una casa per tutti i credenti, con pari diritti, dignità e doveri.

La posizione storica delle Chiese di Gerusalemme è chiara circa la denuncia di ogni tentativo inteso a rendere Gerusalemme una città esclusiva per chiunque. Questa è una città sacra alle tre religioni monoteiste e, sulla base del diritto internazionale e delle pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite, anche una città in cui il popolo palestinese, composto da cristiani e musulmani, ha lo stesso diritto di costruirsi un futuro basato sulla libertà, l'uguaglianza e la pace. Chiediamo pertanto un assoluto rispetto dello status quo di tutti i Luoghi Santi, compreso il complesso della moschea di Al-Aqsa.

L'autorità che controlla la città dovrebbe proteggere il carattere speciale di Gerusalemme, chiamata ad essere il cuore delle fedi abramitiche, un luogo di preghiera e di incontro, aperto a tutti e dove tutti i credenti e i cittadini, di ogni fede e appartenenza, possono sentirsi a “casa”, protetti e sicuri.

La nostra Chiesa è stata chiara sul fatto che la pace richiede giustizia. Nella misura in cui i diritti di tutti, israeliani e palestinesi, non saranno sostenuti e rispettati, non ci sarà giustizia e quindi nessuna pace nella città. È nostro dovere non ignorare l'ingiustizia né alcuna aggressione contro la dignità umana, indipendentemente da chi le commette.

Chiediamo alla Comunità Internazionale, alle Chiese e a tutte le persone di buona volontà di intervenire per porre fine a queste azioni provocatorie e di continuare a pregare per la pace di Gerusalemme. Ci uniamo in preghiera con l'intenzione del Santo Padre Papa Francesco che "l'identità multireligiosa e multiculturale della Città Santa possa essere rispettata e che la fraternità possa prevalere".

9 maggio 2021

 

lunedì 1 marzo 2021

“Il PD lanci una nuova Costituente del riformismo italiano”.

Intervista a Giorgio Tonini

Senatore Tonini, incominciamo questa nostra conversazione con il governo Draghi. Le chiedo, adesso che la squadra  è completa, un giudizio sul governo. L’impressione è che, guardando la vicenda dei sottosegretari, non sia partito con il piede giusto. Trova esegerata questa affermazione?

Il mio giudizio è che, nelle condizioni date, si tratta del governo migliore possibile per il paese. Del resto l’Italia, che fatica ad organizzarsi in modo soddisfacente in via ordinaria, dà sempre il meglio di sé nelle situazioni eccezionali. Dinanzi alla triplice emergenza che dobbiamo affrontare – sanitaria, socio-economica e politica – il presidente Mattarella ha chiamato a raccolta tutte le forze politiche e sociali, attorno alla personalità oggi più stimata nel nostro paese, che è anche l’italiano più conosciuto e apprezzato nel mondo. A sua volta Mario Draghi, forte di un largo consenso trasversale, ha composto un Consiglio dei ministri di alto profilo, sia tecnico che politico, una miscela sapiente di competenza e rappresentatività, che sono poi le due componenti, ugualmente importanti, per dar vita ad un governo autorevole. Questi, a mio modo di vedere, sono i dati politici essenziali. Dopo di che, ognuno ha in testa il suo “dream team”, che si tratti della nazionale di calcio o del governo del paese. Ma il fuoco, diceva De Gasperi, si fa con la legna che si ha.

Sembra che la destra, in particolare la Lega, sia più a suo agio nel governo. Per lei?

Il Pd e il M5S entrano nel nuovo scenario dopo la crisi del “loro” governo, il governo giallo-rosso, il governo Conte2, quindi con un sentimento misto, al tempo stesso di convinzione (soprattutto da parte del Pd) e frustrazione (in particolare tra i grillini). Per il centrodestra il passaggio di fase assume un significato assai diverso. Da parte di Forza Italia, l’ingresso nel nuovo esecutivo è vissuto come la fine di uno stato di esclusione dal governo che durava dal 2011, a parte i primi mesi del governo Letta. E per la Lega, che pure è costretta ad ammainare tutte le bandiere “salviniane”, il terzo governo di questa legislatura è comunque vissuto come un ritorno, quasi una rivincita. Nella sintesi hegeliana, rappresentata dal terzo governo di questa legislatura, dopo la tesi e l’antitesi dei due governi Conte, è inevitabile che il centrodestra veda soprattutto la “negazione della negazione”. Ma se dal punto di vista della sua base politico-parlamentare, il governo Draghi è effettivamente la sintesi dei due stadi precedenti, dal punto di vista del programma e della cultura politica che lo sostiene, incarnati nella figura e nelle parole inequivoche di Mario Draghi, il nuovo esecutivo non è affatto equidistante tra Conte1 e Conte2, ma si pone semmai come la terza fase, quella conclusiva (vedremo se anche definitiva) della liquidazione politica del populismo sovranista e antieuropeo che tre anni fa era entrato da vincitore nelle aule della Camera e del Senato.

La domanda sul governo era una specie di ouverture. Arriviamo al vero argomento dell’intervista: il partito democratico. Possiamo dire che la pandemia e l’esperienza del governo Conte hanno nascosto il malcontento che ora sta emergendo nel suo partito. Un malcontento che tocca la gestione del partito e della linea politica portata avanti dal segretario Zingaretti. Le chiedo: non è deleterio, in questo contesto complicatissimo (e con questo governo), dividere il PD?

Dividere il Pd, in qualunque scenario, non solo in questo, è molto più che deleterio, è un atto di irresponsabilità nei confronti del paese. Vede, nessun paese europeo ha dovuto affrontare la doppia emergenza, sanitaria e socio-economica, nel contesto di debolezza, precarietà e instabilità politica dell’Italia. Tutti e tre i governi di questa legislatura sono stati guidati da personalità (prima Conte, poi Draghi) scelte fuori dal parlamento e dai partiti. Tutto legittimo, sul piano costituzionale. Tutto necessario e anzi obbligato, sul piano politico. Ma tutto anomalo sul piano democratico. La politica italiana, questa è la verità, non è in grado di svolgere la sua funzione primaria: esprimere leader e assetti per il governo stabile del paese. La stabilità dei governi, bene primario di qualunque sistema democratico, è per noi italiani ancora un miraggio. Alla stabilità si può arrivare attraverso meccanismi istituzionali (come nel caso della Francia, governabile anche con partiti deboli o addirittura in crisi), o attraverso un sistema di partiti parlamentari forti e durevoli nel tempo, come in Germania o nel Regno Unito. Non si possono cumulare, come accade in Italia, regole istituzionali pensate per indebolire i governi e partiti deboli e precari. Un sistema democratico di tipo parlamentare è sano e forte se ha pochi (idealmente due) partiti grandi e duraturi, “a vocazione maggioritaria” come diceva Mitterrand, attorniati da qualche forza minore. Non quattro-cinque partiti medi, nessuno dei quali in grado di ottenere nemmeno un quarto dei voti, circondati da un pulviscolo di formazioni politiche in perenne metamorfosi, per lo più frutto di trasformismo parlamentare, o di scissioni motivate da ragioni contingenti se non effimere. Se ogni oppositore di Angela Merkel dentro la Cdu-Csu avesse dato vita ad un suo partitino, oggi la Germania sarebbe messa come l’Italia.

Veniamo alle critiche mosse al Segretario. In particolare, per l’area riformista, si fa osservare che il PD è stato troppo schiacciato sui cinque stelle. Per cui, sempre secondo l’area riformista, occorre tornare alla vocazione maggioritaria. Al di là delle parole qui si tocca il problema identitario del PD. Un problema enorme, che ancora non è stato definitivamente risolto. In un contesto così drammatico (disagio sociale enorme, esplosione della povertà, ricostruzione del Paese) quale identità per il PD?

L’identità di un partito, mi ha insegnato Alfredo Reichlin, è definita dalla sua funzione. Il Pd è nato da una grande convergenza e non da una scissione: dunque l’identità del Pd è la sua funzione di unire il riformismo per portarlo al governo del paese. Il Pd è la casa comune dei riformisti del centrosinistra, una casa grande e plurale, retta da un progetto politico, rendere il riformismo maggioritario nel paese per dare al paese quella stagione di riforme che non ha mai conosciuto. E retta da una regola aurea, la contendibilità di tutte le cariche e le candidature, per la quale nessuna vittoria e nessuna sconfitta nella dialettica interna è mai definitiva e irreversibile: il vincitore pro tempore non espelle gli sconfitti e gli sconfitti pro tempore non spaccano il partito. Progetto politico e principio democratico sono stati minati alle fondamenta dalle tante scissioni, inutili e dannose, perpetrate peraltro da chi dal partito aveva avuto ruoli di massima direzione, come Bersani o Renzi. Possiamo andare ancora avanti in questa diaspora, in questa deriva disperatamente nichilista, fino alla completa distruzione, fino all’annientamento del più importante e ambizioso progetto politico italiano di questo secolo. O possiamo invece assumerci la responsabilità di rilanciare la capacità inclusiva e la vocazione maggioritaria del Pd. Anche con un passaggio straordinario, una nuova Costituente del riformismo italiano, nella quale riscoprire e rilanciare le ragioni dell’unità in nome di una comune visione del futuro del paese. In questo rilancio di un riformismo ripensato e rinnovato deve esserci spazio anche per una riflessione non rituale sul populismo. Il riformismo perde se non ascolta, interpreta e rappresenta le ragioni del popolo. Le ultime riflessioni di Emanuele Macaluso sono state un grido d’allarme circa la gravità e l’aggravarsi progressivo della frattura tra riformismo e popolo. È in questa chiave che è stato giusto aprire un dialogo tra Pd e Cinquestelle: un dialogo che ho sempre sostenuto e difeso. Un dialogo che ha prodotto risultati importanti per il paese, a cominciare dal ritorno (e da protagonista) dell’Italia nel “mainstream” europeo, un ritorno che ha contribuito non poco a rendere possibile la “svolta keynesiana” della politica economica dell’Unione. Un dialogo che non è riuscito tuttavia a mostrare capacità espansive sul piano dei consensi, né in parlamento, né nel paese. Forse perché impostato, da entrambe le parti, più sul piano della divisione del lavoro e della spartizione di aree di influenza e di potere, che sulla produzione di una sintesi politica e programmatica più avanzata e persuasiva. Probabilmente, la crisi del governo Conte2 ha in questo limite strategico le sue cause non occasionali.

Voi del PD avete chiaro chi sono i vostri elettori?

I nostri elettori attuali e reali sono prevalentemente ceti medi urbani che vivono di spesa pubblica. Una parte pregiata, ma strutturalmente minoritaria, del paese. Il Pd, come l’Ulivo prima del Pd e in generale la sinistra e il centrosinistra dopo la fine della “Prima Repubblica”, fatica a rappresentare, per dirla con Claudio Martelli, sia il merito che i bisogni: sia i competenti-competitivi sul mercato, sia i perdenti della globalizzazione, a cominciare dagli operai. Vocazione maggioritaria significa oggi in concreto saldare i (relativamente) garantiti dalla spesa pubblica, con i competitivi da una parte e i perdenti dall’altra. Il ciclo di governo a guida Pd della scorsa legislatura (prima Letta, poi Renzi, poi Gentiloni) non è riuscito in questo tentativo: un fallimento del quale mi sento, per la mia parte, corresponsabile. Purtroppo nel Pd, dove si discute e soprattutto si litiga in piazza ogni giorno su tutto, non si è mai avviata una vera riflessione sulle cause e sui possibili rimedi di quel fallimento, riassunto nella cocente sconfitta del 2018. Ci si è divisi su Renzi: tutta colpa sua, cacciamolo, contro tutta colpa di chi lo ha contrastato, cacciamoli. Come i milanesi durante la peste raccontata dal Manzoni, invece di indagare le cause, ci siamo dedicati alla poco nobile arte della caccia al colpevole. Né i renziani, né gli antirenziani si sono chiesti perché nel giro di due anni, con lo stesso segretario, il Pd è volato sopra il 40 per cento, per poi precipitare sotto il 20. Dal massimo al minimo storico.

Torniamo al governo, non pensa che la lealtà, assolutamente doverosa, non debba essere la sola caratteristica del PD al governo, ma dovrebbe essere anche quella di un protagonismo capace di creare una egemonia politica nel governo?

Il Pd non potrebbe non sostenere il governo Draghi, neppure se, per assurdo, lo volesse. Perché sarebbe come non sostenere se stesso, i fondamenti primari della sua cultura politica. Quindi lealtà è troppo poco. Il governo Draghi per il Pd non è un “governo amico”, è il “suo” governo. È il “nostro” governo. Il protagonismo del Pd deve esprimersi in due direzioni. Innanzi tutto sul piano programmatico. Ho parlato prima del nostro fallimento politico nella scorsa legislatura. A parziale nostro discarico, possiamo invocare l’argomento della totale inadeguatezza della linea di politica economica dell’Europa. L’allora ministro Padoan parlava di un “sentiero stretto” lungo il quale l’Italia doveva camminare a passi piccoli e prudenti: tra politiche restrittive, per evitare il default del nostro gigantesco debito pubblico, e politiche espansive, per evitare che la cronica stagnazione della nostra economia reale diventasse recessione e depressione. Quel sentiero era stato reso praticabile dalla politica monetaria, marcatamente espansiva, della Bce presieduta da Mario Draghi. Ma il sentiero restava stretto perché, come ripetutamente e pubblicamente sottolineato dallo stesso Draghi, la politica monetaria non era sorretta da una parallela politica economica espansiva a livello federale europeo, l’unica in grado di compensare le politiche restrittive necessarie nei paesi fortemente indebitati e di sostenere le riforme strutturali, indispensabili per accrescere la competitività delle nostre imprese sul mercato globale. Quella svolta è ora finalmente arrivata. Il governo Draghi deve poter dimostrare che la forza espansiva dell’imponente pacchetto di misure keynesiane europee sarà impiegata dall’Italia per fare solo debito “buono” (quello che si ripaga perché alimenta la crescita e non si limita ad accompagnare il declino) e per sostenere le riforme strutturali che rendano possibile e sostenibile la distruzione creatrice, che è la chiave per accrescere la competitività del nostro sistema e dunque la crescita e l’occupazione. Il Pd deve scommettere senza riserve mentali sul successo dell’Agenda Draghi: perché è l’unica chance per l’Italia, ma anche perché è l’unica chance per il Pd, per dimostrare a se stesso e al paese che è possibile una nuova convergenza tra riforme e popolo, una credibile ambizione maggioritaria del riformismo.

Questa è la prima direttrice del protagonismo Pd. La seconda?

La seconda è più semplice, se si realizza la prima. La componente cosiddetta “tecnica” del governo Draghi è perlopiù incarnata da personalità che da sempre si riconoscono nel riformismo di centrosinistra. Il Pd dovrebbe nutrire l’ambizione di diventare abitabile, in via naturale e spontanea, per personalità, mondi, ambienti che oggi fanno fatica a riconoscersi in un partito dilaniato da incomprensibili baruffe tra piccoli leader di ancor più piccole correnti.

Veniamo a Giuseppe Conte, qual è il suo pensiero su di lui? Pensa che possa essere ancora il punto di riferimento per i progressisti?

Non conosco personalmente Giuseppe Conte, ma gli riconosco il merito di aver guidato con dignità e responsabilità una transizione assai difficile. Sul suo futuro politico, non saprei. Spero che decida di portare il suo contributo alla ricomposizione della frattura tra riformismo e popolo. Sul proliferare di partitini personali ho già espresso la mia opinione.

Non le preoccupa la crescita di Giorgia Meloni?

Certo. È un segnale di quanto sia ancora irrisolta la frattura tra riformismo e popolo. Sul tempo medio, è un fattore di forza tattica, ma anche di debolezza strategica del centrodestra. Forza tattica, perché è del tutto evidente che il centrodestra, superata (come speriamo tutti) l’emergenza e scelto insieme il nuovo presidente della Repubblica, si appresta a chiedere il voto, convinto di poter saldare in modo vincente il “partito del Nord”, che si è ritrovato attorno all’asse governativo tra Forza Italia e Lega (almeno parzialmente) “desalvinizzata”, asse sdoganato dall’esperienza del governo Draghi, con le aree, geografiche e sociali, del paese che mantengono un atteggiamento di diffidenza e di protesta e che oggi tendono a riconoscersi soprattutto in FdI. Questa forza tattica rischia tuttavia di capovolgersi in debolezza strategica, se il partito della Meloni dovesse rafforzarsi in modo tale da mutare in modo significativo gli attuali rapporti di forza nel centrodestra. Molto dipenderà anche dal Pd: se saprà utilizzare appieno il sostegno e anzi l’identificazione col  governo Draghi come propellente di un allargamento delle basi del suo consenso nel paese, o se invece cederà questa opportunità al rinnovato asse tra Lega e Forza Italia. Come avviene in ogni grande coalizione, la collaborazione tra avversari non può che essere anche una competizione: per il migliore posizionamento, in vista del confronto elettorale futuro.


mercoledì 25 novembre 2020

25 novembre 2020


È la cultura che deve cambiare: le credenza, la storia e il comportamento che stanno alla base della cultura.
Mettere fine alla violenza contro le donne non è una forma di altruismo o qualcosa che si fa come atto caritatevole. Non è neppure qualcosa che si possa stabilire per legge, anche se le leggi contribuiscono a proteggere le donne.
Eve Ensler


martedì 24 novembre 2020

Conte extralarge

 Ho visto Giuseppe Conte ieri sera a Ottoemezzo tv. Se un PdC non ha niente da dire o non vuole dire è comprensibile, ma allora sta a casa. Anche perché andandoci può scapparci qualche sciocchezza, anche grave.

Pierluigi Castagnetti

lunedì 23 novembre 2020

Papa Francesco ai giovani

Cari giovani, buon pomeriggio! 
Grazie per essere lì, per tutto il lavoro che avete fatto, per l’impegno di questi mesi, malgrado i cambi di programma. Non vi siete scoraggiati, anzi, ho conosciuto il livello di riflessione, la qualità, la serietà e la responsabilità con cui avete lavorato: non avete tralasciato nulla di ciò che vi dà gioia, vi preoccupa, vi indigna e vi spinge a cambiare. L’idea originaria era di incontrarci ad Assisi per ispirarci sulle orme di San Francesco. Dal Crocifisso di San Damiano e da tanti altri volti – come quello del lebbroso – il Signore gli è andato incontro, lo ha chiamato e gli ha affidato una missione; lo ha spogliato degli idoli che lo isolavano, delle perplessità che lo paralizzavano e lo chiudevano nella solita debolezza del “si è sempre fatto così” – questa è una debolezza! – o della tristezza dolciastra e insoddisfatta di quelli che vivono solo per sé stessi e gli ha regalato la capacità di intonare un canto di lode, espressione di gioia, libertà e dono di sé. Perciò, questo incontro virtuale ad Assisi per me non è un punto di arrivo ma la spinta iniziale di un processo che siamo invitati a vivere come vocazione, come cultura e come patto. La vocazione di Assisi “Francesco va’, ripara la mia casa che, come vedi, è in rovina”. Queste furono le parole che smossero il giovane Francesco e che diventano un appello speciale per ognuno di noi. Quando vi sentite chiamati, coinvolti e protagonisti della “normalità” da costruire, voi sapete dire “sì”, e questo dà speranza. So che avete accettato immediatamente questa convocazione, perché siete in grado di vedere, analizzare e sperimentare che non possiamo andare avanti in questo modo: lo ha mostrato chiaramente il livello di adesione, di iscrizione e di partecipazione a questo patto, che è andato oltre le capacità. Voi manifestate una sensibilità e una preoccupazione speciali per identificare le questioni cruciali che ci interpellano. L’avete fatto da una prospettiva particolare: l’economia, che è il vostro ambito di ricerca, di studio e di lavoro. Sapete che urge una diversa narrazione economica, urge prendere atto responsabilmente del fatto che «l’attuale sistema mondiale è insostenibile da diversi punti di vista»[1] e colpisce nostra sorella terra, tanto gravemente maltrattata e spogliata, e insieme i più poveri e gli esclusi. Vanno insieme: tu spogli la terra e ci sono tanti poveri esclusi. Essi sono i primi danneggiati… e anche i primi dimenticati. Attenzione però a non lasciarsi convincere che questo sia solo un ricorrente luogo comune. Voi siete molto più di un “rumore” superficiale e passeggero che si può addormentare e narcotizzare con il tempo. Se non vogliamo che questo succeda, siete chiamati a incidere concretamente nelle vostre città e università, nel lavoro e nel sindacato, nelle imprese e nei movimenti, negli uffici pubblici e privati con intelligenza, impegno e convinzione, per arrivare al nucleo e al cuore dove si elaborano e si decidono i temi e i paradigmi.[2] Tutto ciò mi ha spinto a invitarvi a realizzare questo patto. La gravità della situazione attuale, che la pandemia del Covid ha fatto risaltare ancora di più, esige una responsabile presa di coscienza di tutti gli attori sociali, di tutti noi, tra i quali voi avete un ruolo primario: le conseguenze delle nostre azioni e decisioni vi toccheranno in prima persona, pertanto non potete rimanere fuori dai luoghi in cui si genera, non dico il vostro futuro, ma il vostro presente. Voi non potete restare fuori da dove si genera il presente e il futuro. O siete coinvolti o la storia vi passerà sopra. Una nuova cultura Abbiamo bisogno di un cambiamento, vogliamo un cambiamento, cerchiamo un cambiamento.[3] Il problema nasce quando ci accorgiamo che, per molte delle difficoltà che ci assillano, non possediamo risposte adeguate e inclusive; anzi, risentiamo di una frammentazione nelle analisi e nelle diagnosi che finisce per bloccare ogni possibile soluzione. In fondo, ci manca la cultura necessaria per consentire e stimolare l’apertura di visioni diverse, improntate a un tipo di pensiero, di politica, di programmi educativi, e anche di spiritualità che non si lasci rinchiudere da un’unica logica dominante.[4] Se è urgente trovare risposte, è indispensabile far crescere e sostenere gruppi dirigenti capaci di elaborare cultura, avviare processi – non dimenticatevi questa parola: avviare processi – tracciare percorsi, allargare orizzonti, creare appartenenze… Ogni sforzo per amministrare, curare e migliorare la nostra casa comune, se vuole essere significativo, richiede di cambiare «gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società».[5] Senza fare questo, non farete nulla. Abbiamo bisogno di gruppi dirigenti comunitari e istituzionali che possano farsi carico dei problemi senza restare prigionieri di essi e delle proprie insoddisfazioni, e così sfidare la sottomissione – spesso inconsapevole – a certe logiche (ideologiche) che finiscono per giustificare e paralizzare ogni azione di fronte alle ingiustizie. Ricordiamo, ad esempio, come bene osservò Benedetto XVI, che la fame «non dipende tanto da scarsità materiale, quanto piuttosto da scarsità di risorse sociali, la più importante delle quali è di natura istituzionale».[6] Se voi sarete capaci di risolvere questo, avrete la via aperta per il futuro. Ripeto il pensiero di Papa Benedetto: la fame non dipende tanto da scarsità materiale, quanto piuttosto da scarsità di risorse sociali, la più importante delle quali è di natura istituzionale. La crisi sociale ed economica, che molti patiscono nella propria carne e che sta ipotecando il presente e il futuro nell’abbandono e nell’esclusione di tanti bambini e adolescenti e di intere famiglie, non tollera che privilegiamo gli interessi settoriali a scapito del bene comune. Dobbiamo ritornare un po’ alla mistica [allo spirito] del bene comune. In questo senso, permettetemi di rilevare un esercizio che avete sperimentato come metodologia per una sana e rivoluzionaria risoluzione dei conflitti. Durante questi mesi avete condiviso varie riflessioni e importanti quadri teorici. Siete stati capaci di incontrarvi su 12 tematiche (i “villaggi”, voi li avete chiamati): 12 tematiche per dibattere, discutere e individuare vie praticabili. Avete vissuto la tanto necessaria cultura dell’incontro, che è l’opposto della cultura dello scarto, che è alla moda. E questa cultura dell’incontro permette a molte voci di stare intorno a uno stesso tavolo per dialogare, pensare, discutere e creare, secondo una prospettiva poliedrica, le diverse dimensioni e risposte ai problemi globali che riguardano i nostri popoli e le nostre democrazie.[7] Com’è difficile progredire verso soluzioni reali quando si è screditato, calunniato e decontestualizzato l’interlocutore che non la pensa come noi! Questo screditare, calunniare o decontestualizzare l’interlocutore che non la pensa come noi è un modo di difendersi codardamente dalle decisioni che io dovrei assumere per risolvere tanti problemi. Non dimentichiamo mai che «il tutto è più delle parti, ed è anche più della loro semplice somma»[8], e che «la mera somma degli interessi individuali non è in grado di generare un mondo migliore per tutta l’umanità».[9] Questo esercizio di incontrarsi al di là di tutte le legittime differenze è il passo fondamentale per qualsiasi trasformazione che aiuti a dar vita a una nuova mentalità culturale e, quindi, economica, politica e sociale; perché non sarà possibile impegnarsi in grandi cose solo secondo una prospettiva teorica o individuale senza uno spirito che vi animi, senza alcune motivazioni interiori che diano senso, senza un’appartenenza e un radicamento che diano respiro all’azione personale e comunitaria.[10] Così il futuro sarà un tempo speciale, in cui ci sentiamo chiamati a riconoscere l’urgenza e la bellezza della sfida che ci si presenta. Un tempo che ci ricorda che non siamo condannati a modelli economici che concentrino il loro interesse immediato sui profitti come unità di misura e sulla ricerca di politiche pubbliche simili che ignorano il proprio costo umano, sociale e ambientale.[11] Come se potessimo contare su una disponibilità assoluta, illimitata o neutra delle risorse. No, non siamo costretti a continuare ad ammettere e tollerare in silenzio nei nostri comportamenti «che alcuni si sentano più umani di altri, come se fossero nati con maggiori diritti»[12] o privilegi per il godimento garantito di determinati beni o servizi essenziali.[13] Non basta neppure puntare sulla ricerca di palliativi nel terzo settore o in modelli filantropici. Benché la loro opera sia cruciale, non sempre sono capaci di affrontare strutturalmente gli attuali squilibri che colpiscono i più esclusi e, senza volerlo, perpetuano le ingiustizie che intendono contrastare. Infatti, non si tratta solo o esclusivamente di sovvenire alle necessità più essenziali dei nostri fratelli. Occorre accettare strutturalmente che i poveri hanno la dignità sufficiente per sedersi ai nostri incontri, partecipare alle nostre discussioni e portare il pane alle loro case. E questo è molto più che assistenzialismo: stiamo parlando di una conversione e trasformazione delle nostre priorità e del posto dell’altro nelle nostre politiche e nell’ordine sociale. In pieno secolo XXI, «non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori».[14] State attenti a questo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. È la cultura dello scarto, che non solamente scarta, bensì obbliga a vivere nel proprio scarto, resi invisibili al di là del muro dell’indifferenza e del confort. Io ricordo la prima volta che ho visto un quartiere chiuso: non sapevo che esistessero. È stato nel 1970. Sono dovuto andare a visitare dei noviziati della Compagnia, e sono arrivato in un Paese, e poi, andando per la città, mi hanno detto: “No, da quella parte non si può andare, perché quello è un quartiere chiuso”. Dentro c’erano dei muri, e dentro c’erano le case, le strade, ma chiuso: cioè un quartiere che viveva nell’indifferenza. A me colpì tanto vedere questo. Ma poi questo è cresciuto, cresciuto, cresciuto…, ed era dappertutto. Ma io ti domando: il tuo cuore è come un quartiere chiuso? Il patto di Assisi Non possiamo permetterci di continuare a rimandare alcune questioni. Questo enorme e improrogabile compito richiede un impegno generoso nell’ambito culturale, nella formazione accademica e nella ricerca scientifica, senza perdersi in mode intellettuali o pose ideologiche – che sono isole –, che ci isolino dalla vita e dalla sofferenza concreta della gente.[15] È tempo, cari giovani economisti, imprenditori, lavoratori e dirigenti d’azienda, è tempo di osare il rischio di favorire e stimolare modelli di sviluppo, di progresso e di sostenibilità in cui le persone, e specialmente gli esclusi (e tra questi anche sorella terra), cessino di essere – nel migliore dei casi – una presenza meramente nominale, tecnica o funzionale per diventare protagonisti della loro vita come dell’intero tessuto sociale. Questo non sia una cosa nominale: esistono i poveri, gli esclusi… No, no, che quella presenza non sia nominale, non sia tecnica, non funzionale. È tempo che diventino protagonisti della loro vita come dell’intero tessuto sociale. Non pensiamo per loro, pensiamo con loro. Ricordatevi l’eredità dell’illuminismo, delle élites illuminate. Tutto per il popolo, niente con il popolo. E questo non va. Non pensiamo per loro, pensiamo con loro. E da loro impariamo a far avanzare modelli economici che andranno a vantaggio di tutti, perché l’impostazione strutturale e decisionale sarà determinata dallo sviluppo umano integrale, così ben elaborato dalla dottrina sociale della Chiesa. La politica e l’economia non devono «sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia. Oggi, pensando al bene comune, abbiamo bisogno in modo ineludibile che la politica e l’economia, in dialogo, si pongano decisamente al servizio della vita, specialmente della vita umana».[16] Senza questa centralità e questo orientamento rimarremo prigionieri di una circolarità alienante che perpetuerà soltanto dinamiche di degrado, esclusione, violenza e polarizzazione: «Ogni programma, elaborato per aumentare la produzione, non ha in definitiva altra ragion d’essere che il servizio della persona. La sua funzione è di ridurre le disuguaglianze, combattere le discriminazioni, liberare l’uomo dalle sue servitù. […] Non basta accrescere la ricchezza comune perché sia equamente ripartita – no, non basta questo –, non basta promuovere la tecnica perché la terra diventi più umana da abitare»[17]. Neppure questo basta. La prospettiva dello sviluppo umano integrale è una buona notizia da profetizzare e da attuare – e questi non sono sogni: questa è la strada – , una buona notizia da profetizzare e da attuare, perché ci propone di ritrovarci come umanità sulla base del meglio di noi stessi: il sogno di Dio che impariamo a farci carico del fratello, e del fratello più vulnerabile (cfr Gen 4,9). «La misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente – la misura dell’umanità –. Questo vale per il singolo come per la società»;[18] misura che deve incarnarsi anche nelle nostre decisioni e nei modelli economici. Come fa bene lasciar risuonare le parole di San Paolo VI, quando, nel desiderio che il messaggio evangelico permeasse e guidasse tutte le realtà umane, scriveva: «Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo. […] – ogni uomo e tutto l’uomo! –. Noi non accettiamo di separare l’economico dall’umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l’uomo, ogni uomo, ogni gruppo d’uomini, fino a comprendere l’umanità intera».[19] In questo senso, molti di voi avranno la possibilità di agire e di incidere su decisioni macroeconomiche, dove si gioca il destino di molte nazioni. Anche questi scenari hanno bisogno di persone preparate, «prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» (Mt 10,16), capaci di «vigilare in ordine allo sviluppo sostenibile dei Paesi e per evitare l’asfissiante sottomissione di tali Paesi a sistemi creditizi che, ben lungi dal promuovere il progresso, sottomettono le popolazioni a meccanismi di maggiore povertà, esclusione e dipendenza».[20] I sistemi creditizi da soli sono una strada per la povertà e la dipendenza. Questa legittima protesta chiede di suscitare e accompagnare un modello di solidarietà internazionale che riconosca e rispetti l’interdipendenza tra le nazioni e favorisca i meccanismi di controllo capaci di evitare ogni tipo di sottomissione, come pure vigilare sulla promozione dei Paesi più svantaggiati e in via di sviluppo; ogni popolo è chiamato a rendersi artefice del proprio destino e di quello del mondo intero.[21] Cari giovani, «oggi siamo di fronte alla grande occasione di esprimere il nostro essere fratelli, di essere altri buoni samaritani che prendono su di sé il dolore dei fallimenti, invece di fomentare odi e risentimenti».[22] Un futuro imprevedibile è già in gestazione; ciascuno di voi, a partire dal posto in cui opera e decide, può fare molto; non scegliete le scorciatoie, che seducono e vi impediscono di mescolarvi per essere lievito lì dove vi trovate (cfr Lc 13,20-21). Niente scorciatoie, lievito, sporcarsi le mani. Passata la crisi sanitaria che stiamo attraversando, la peggiore reazione sarebbe di cadere ancora di più in un febbrile consumismo e in nuove forme di autoprotezione egoistica. Non dimenticatevi, da una crisi mai si esce uguali: usciamo meglio o peggio. Facciamo crescere ciò che è buono, cogliamo l’opportunità e mettiamoci tutti al servizio del bene comune. Voglia il Cielo che alla fine non ci siano più “gli altri”, ma che impariamo a maturare uno stile di vita in cui sappiamo dire “noi”.[23] Ma un “noi” grande, non un “noi” piccolino e poi “gli altri”, no, questo non va. La storia ci insegna che non ci sono sistemi né crisi in grado di annullare completamente la capacità, l’ingegno e la creatività che Dio non cessa di suscitare nei cuori. Con dedizione e fedeltà ai vostri popoli, al vostro presente e al vostro futuro, voi potete unirvi ad altri per tessere un nuovo modo di fare la storia. Non temete di coinvolgervi e di toccare l’anima delle città con lo sguardo di Gesù; non temete di abitare coraggiosamente i conflitti e i crocevia della storia per ungerli con l’aroma delle Beatitudini. Non temete, perché nessuno si salva da solo. Nessuno si salva da solo. A voi giovani, provenienti da 115 Paesi, rivolgo l’invito a riconoscere che abbiamo bisogno gli uni degli altri per dar vita a questa cultura economica, capace di «far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare fiducia, fasciare ferite, intrecciare relazioni, risuscitare un’alba di speranza, imparare l’uno dall’altro, e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani, e ispiri ai giovani – a tutti i giovani, nessuno escluso – la visione di un futuro ricolmo della gioia del Vangelo».[24] Grazie!

mercoledì 23 settembre 2020

Papa Francesco: "Si ascoltano più i potenti dei deboli, questo non è il cammino"

All’udienza generale il Pontefice offre una riflessione sul concetto di sussidiarietà sottolineando che oggi si ascoltano più le multinazionali o le grandi compagnie farmaceutiche che i movimenti sociali o gli operatori sanitari. E richiama l'attenzione su "gli scartati" Papa: apriamoci al perdono per combattere l'odio, non tutto si risolve con la giustizia Papa Francesco: si rispettino pianeta e poveri, ridurre emissioni e cancellare debito Papa Francesco: "Globalizzare cure, vaccino Covid sia per tutti" 23 settembre 2020 Nell'udienza generale di oggi Papa Francesco concentra ancora una volta le sue parole sulla lotta alla pandemia che sta mettendo in crisi il mondo. Per trovare rimedi alla pandemia - suggerisce Bergoglio - non possono essere ascoltati solo i colossi farmaceutici. Sul "modo di curare il virus si ascoltano più le grandi compagnie farmaceutiche che gli operatori sanitari, impegnati in prima linea negli ospedali o nei campi-profughi. Questa non è la strada buona. Tutti vanno ascoltati". Il rispetto del principio di sussidiarietà Il Pontefice richiama il principio di sussidiarietà caro all'Europa e dice che "Per uscire migliori da una crisi, il principio di sussidiarietà dev'essere attuato, rispettando l'autonomia e la capacità di iniziativa di tutti, specialmente degli ultimi", ha aggiunto. Dall'attuale crisi si esce "insieme o non funziona: o lavoriamo insieme per uscire dalla crisi o non ne usciremo mai" perché "uscire dalla crisi non significa dare una pennellata di vernice alle situazioni attuali perché sembrino più giuste. Uscire dalla crisi significa cambiare, e il vero cambiamento lo fanno tutti, e tutti insieme". Ma, rileva Francesco, nella società e nell'economia sta venendo meno il principio di sussidiarietà e così la gente è sempre meno ascoltata. "Oggi, questa mancanza di rispetto del principio di sussidiarietà si è diffusa come un virus. Pensiamo alle grandi misure di aiuti finanziari attuate dagli stati. Si ascoltano di più le grandi compagnie finanziarie - ha sottolineato - anzichè la gente o coloro che muovono l'economia reale. Si ascoltano di più le compagnie multinazionali che i movimenti sociali. Parlando in "dialetto" quotidiano, si ascoltano più i potenti che i deboli e questo non è il cammino umano, non è il cammino che ci ha insegnato Gesù". ..e il rispetto del Pianeta Francesco ha aggiunto che per alcuni politici o lavoratori sociali il motto è: "tutto per il popolo, niente con il popolo" e non si ascolta così "la saggezza del popolo nel risolvere i problemi, in questo caso nell'uscire della crisi". Il papa punta l'indice contro chi sfrutta il pianeta, ad esempio l'industria mineraria, senza sentire la voce delle popolazioni indigene. "Ciascuno deve avere la possibilità di assumere la propria responsabilità nei processi di guarigione della società di cui fa parte. Quando si attiva qualche progetto che riguarda direttamente o indirettamente determinati gruppi sociali, questi non possono essere lasciati fuori dalla partecipazione; la loro saggezza non può essere messa da parte". "Purtroppo, questa ingiustizia si verifica spesso là dove si concentrano grandi interessi economici o geopolitici, come ad esempio certe attività estrattive in alcune zone del pianeta. Le voci dei popoli indigeni, le loro culture e visioni del mondo non vengono prese in considerazione", ha detto il pontefice richiamando uno dei grandi temi che fu al centro del sinodo sull'Amazzonia ma anche dell'Enciclica Laudato Sì. Gli "scartati" Bergoglio ha poi rivolto uno sguardo agli 'scartati' "Per uscire migliori da una crisi come quella attuale, che è una crisi sanitaria e al tempo stesso una crisi sociale, politica ed economica, ognuno di noi è chiamato ad assumersi la sua parte di responsabilità". "Dobbiamo rispondere non solo come persone singole, ha proseguito il Pontefice, "ma anche a partire dal nostro gruppo di appartenenza, dal ruolo che abbiamo nella società, dai nostri principi e, se siamo credenti, dalla fede in Dio. Spesso, però, molte persone non possono partecipare alla ricostruzione del bene comune perché sono emarginate, sono escluse, sono ignorate; certi gruppi sociali non riescono a contribuirvi perché soffocati economicamente o politicamente. In alcune società, tante persone non sono libere di esprimere la propria fede e i propri valori". "Altrove, specialmente nel mondo occidentale, molti auto-reprimono le proprie convinzioni etiche o religiose. Ma così - ha spiegato il Papa - non si può uscire dalla crisi, o comunque non si può uscirne migliori, ne usciremo peggio. Affinchè tutti possiamo partecipare alla cura e alla rigenerazione dei nostri popoli, è giusto che ognuno abbia le risorse adeguate per farlo". Papa Francesco invita, per uscire dalla pandemia, a "sognare in grande" e a non limitarsi a "ricostruire il passato, soprattutto quello che era iniquo e già malato. Costruiamo un futuro dove la dimensione locale e quella globale si arricchiscano mutualmente". "Durante il lockdown è nato spontaneo il gesto dell'applauso per i medici e gli infermieri e le infermiere come segno di incoraggiamento e di speranza. Tanti hanno rischiato la vita e tanti hanno dato la vita. Estendiamo questo applauso ad ogni membro del corpo sociale, a tutti, per il suo prezioso contributo, per quanto piccolo. Applaudiamo gli scartati", "gli anziani, i bambini, le persone con disabilità, i lavoratori, tutti quelli che si mettono al servizio. Tutti collaborano per uscire dalla crisi". "La voce dei non nati" Infine il Pontefice torna a sottolineare il valore della vita umana. "Tra poco - ha detto nell'udienza generale, nei saluti ai fedeli di lingua polacca - benedirò una campana che si chiama 'la voce dei non nati, commissionata dalla fondazione "si" alla vita. Essa accompagnerà gli eventi volti a ricordare il valore della vita umana dal concepimento alla morte naturale. La sua voce risvegli le coscienze dei legislatori e di tutti gli uomini di buona volontà in Polonia e nel mondo".

martedì 15 settembre 2020

il prezzo di chi fa il bene dei fratelli

Don Malgesini nella città di Como era il Prete degli ultimi.
Non aveva una parrocchia specifica perché la sua pastorale era quella dell'assistenza ai bisognosi.
Un Sacerdote che nel silenzio ha cercato di sanare i grandi errori ed i grandi vuoti di questa incapace politica.