Perché non me ne vado (e lotto)
22 settembre 2024
di: Simona Segolon
Se c’è un dato profondamente tradizionale che il
Concilio Vaticano II ci ha permesso di interiorizzare è che la
chiesa non coincide con la gerarchia. Il Concilio ci ha permesso
infatti di ridire in ogni modo possibile quello che abbiamo sempre
saputo e cioè che la chiesa è il popolo di tutti quelle e quelli
che credono nel Vangelo, che in questa fede sono stati e sono state
battezzate e che questa fede vogliono vivere (nonostante tutte le
povertà che segnano il proprio vissuto).
Perché
rimani nella Chiesa?
Non è dunque ben posta la domanda se chiediamo a
un/a credente perché resta nella chiesa, dal momento che ciascun
credente è chiesa, insieme agli altri e alle altre. Eventualmente
potremmo chiedere a questa persona che cosa la fa soffrire nel vivere
e nel dire della chiesa di cui è membro vivo e se questa sofferenza
potrebbe portarla ad allontanarsi, a non impegnarsi più, a spendere
altrove le risorse che il Vangelo offre.
Molti e molte già fanno questo in realtà. Si è
aggiunto infatti al fenomeno, visto da decenni, di una fede in Dio
senza sentire il bisogno di appartenere alla chiesa (anche se nessuno
può sapere quanto questa sia una fede cristiana o invece una
esperienza religiosa altra espressa con categorie cristiane perché
il nostro contesto culturale offre solo quelle), il fenomeno di
quelli che avendo aderito con consapevolezza alla fede cristiana si
allontanano dalla vita della chiesa perché questa non li aiuta, anzi
li ostacola nel vivere la fede che hanno conosciuto.
Queste persone, però, si allontanano per la
delusione di non aver trovato ciò che era stato loro promesso,
perché percepiscono di aver subito un tradimento, e non perché non
ritengono di essere chiesa. Se la chiesa si mettesse su altre vie,
riprenderebbero il loro impegno.
Questione
femminile
Faccio un esempio concreto perché si comprenda di
che cosa sto parlando e ne scelgo uno di cui ho competenza e che mi
coinvolge sul piano personale: la questione femminile. Nella chiesa
lo sbilanciamento simbolico e pratico fra i sessi è enorme,
paragonabile a quello che nelle società occidentali si dava trecento
anni fa (e non è che quelle di oggi abbiano risolto il problema,
anzi).
Se applicassimo all’istituzione ecclesiale i
criteri ordinari usati per calcolare il gender gap, ci renderemmo
conto dell’assoluta gravità della situazione, per risolvere la
quale non basta che qualche leader (sempre maschio) affidi qualche
responsabilità ad alcune donne che (ovviamente) sono di suo
gradimento. Senza modifiche strutturali delle regole sociali il gioco
non cambia e lo squilibrio non viene tolto.
Ora, lo squilibrio simbolico e pratico fra donne e
uomini non è solo palesemente – almeno in quella parte di mondo
che ha acquisito la pari dignità e capacità fra i sessi –
umanamente ingiusto, ma rende la chiesa più debole perché non può
investire le risorse e i carismi che lo Spirito dà alle donne e la
rende una testimone non credibile del Vangelo che non fa differenza
di persone, né tanto meno in queste condizioni la chiesa può essere
segno dell’unità di tutto il genere umano (cf. Lumen Gentium
1).
È la chiesa intera dunque ad essere danneggiata
dall’incapacità di accorgersi dello squilibrio: è enormemente più
debole e meno credibile (fino a essere di scandalo su questo
specifico aspetto). E infatti molti (e soprattutto molte),
scandalizzati/e, se ne sono andati/e. Perché però altri e altre che
percepiscono altrettanto fortemente lo squilibrio e l’ingiustizia
continuano il proprio impegno per un reale cambiamento ecclesiale?
Responsabilità
La domanda giusta allora non è chiedersi perché
non si esce dalla chiesa – non se ne può uscire infatti una volta
che si è conosciuto e amato il Dio di Gesù – ma perché non si
smette di impegnarsi per rinnovare e riformare una chiesa che per la
maggior parte (ma è poi vero? O è solo la parte che ha più
visibilità?) pensa di dovere fare solo piccoli ritocchi per
continuare sostanzialmente così come si sarebbe sempre fatto
(ovviamente anche questa posizione si basa su una leggenda, perché
basta conoscere un po’ di storia per sapere che abbiamo
continuamente cambiato dottrine, prassi e riti).
Perché si continua davanti a queste resistenze a
perseverare nell’impegno di far capire il danno dello squilibrio
nella relazione fra i sessi, quando è più che evidente che il
soggetto sociale non ne voglia sapere o che, addirittura, abbia la
pretesa di dire alle donne che si accorgono di questa ingiustizia che
in realtà l’ingiustizia non ci sarebbe? Non bisognerebbe andarsene
altrove a cercare una terra con meno sassi e meno spine?
Nel cercare di rispondere a questa domanda non
pretendo di dare una risposta che vale per tutti e tutte né che
tenga conto di tutte le prospettive e le sofferenze che ci sono in
gioco. Offro, per quel che vale e nulla di più, la mia testimonianza
di impegno ecclesiale lungo oramai più di trent’anni. La mia
risposta si radica infatti nella stessa dinamica che ha cominciato a
farmi sentire parte della chiesa tanti anni fa.
Non è possibile scoprire il Vangelo senza sentirsi
inestricabilmente legati a tutti quelli e tutte quelle che
riconoscono Gesù come Signore e non è possibile scoprire il Vangelo
senza voler fare del bene a tutte le creature (umane e non) perché
il Dio della vita vuole la fioritura di tutte loro.
Per questo inestricabile legame, nel momento in cui
ci si accorgesse che nella chiesa ciò di cui c’è bisogno non
viene fatto, non viene riconosciuto o che le esigenze del Vangelo
vengono disattese, chi si dovesse accorgere di questo non può che
farsi voce (pur consapevole dei propri limiti e delle proprie
infedeltà) delle esigenze di conversione e riforma ecclesiale.
Questo è ciò
che mi fa continuare
La mia risposta sul perché continuo nel mio impegno
mi riporta dunque al Vangelo che mi lega non solo a Dio, ma tutti e
tutte le altre.
Non me ne posso andare, perché anche io sono su
questa barca che raccoglie coloro che hanno creduto e porta un tesoro
per tutti (cioè la fede e le vite di chi ha creduto), ma non posso
nemmeno stare inerme perché infuria forte la tempesta che minaccia
la credibilità e il vivere ecclesiale.
Da qui la perseveranza nell’impegno che la chiesa
stessa mi chiede (perché sa di averne bisogno): perché tutti e
tutte insieme quelli che si accorgono della tempesta possano riuscire
a fare quello che fa Paolo durante il naufragio raccontato nel libro
degli Atti degli apostoli. Paolo infatti si industria in ogni modo
possibile, con la persuasione, la preghiera, la condivisione,
l’intelligenza, la cura, per salvare tutte le vite che sono in
balia delle onde e per fare questo non si fa alcuno scrupolo di
buttare a mare tutto ciò che sta sulla barca fino a distruggere la
barca stessa.
Non vado a investire altrove ciò che il Vangelo mi
ha offerto, perché sono legata alle altre vite e non voglio che
nessuna di queste si perda. Non vado altrove perché dal rinnovamento
e dalla riforma ecclesiale dipende la credibilità dell’annuncio
del Vangelo di cui l’umanità intera ha bisogno (la perla preziosa
che va fatta trovare) per risollevarsi, riposare, guarire, sperare,
cambiare il proprio modo di stare al mondo. Questo è ciò che mi fa
continuare.
Certo a volte ho l’impressione che lo stile
ecclesiale sia quello di buttare a mare le vite per tenere la
carcassa danneggiata di una nave inservibile e vuota e questo mi fa
soffrire profondamente, ma fino a che in gioco ci sono le vite delle
persone non posso e non voglio scendere. Vite che interessano a molti
e a molte, vite che vogliamo custodire e far fiorire, vite che
vogliono arrivare in salvo sulla riva.
Con questa tensione, anche la barca che si sfascia e
imbarca acqua potrebbe essere un segno buono, l’indicazione che
stiamo cercando di fare ciò che ci è stato affidato: dare tutto pur
di non perdere nessuno. Forse si resta solo per aiutare, mentre una
figura di chiesa affonda, a spendersi perché nemmeno una vita si
perda, a prendersi cura della vita di ogni filo d’erba, bambino,
bambina o frammento di chiesa che si ha a portata di mano: il resto
crescerà da sé come il seme di evangelica memoria.
Simona Segoloni
è vicepresidente del Coordinamento Teologhe Italiane e docente full
time di Ecclesiologia all’Istituto teologico Giovanni Paolo II di
Roma. Il suo contributo è stato pubblicato su L’Osservatore
romano il 7 settembre 2024 con il titolo: «Cosa
ci insegna la barca di Paolo».