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| Manuel Valls: «Le socialisme… c’était une utopie inventée contre le capitalisme du XIX siècle! Cela ne signifie rien aujourd’hui, dans la globalisation, l’économie virtuelle, la crise écologique!». |
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lunedì 3 marzo 2014
apriamo una discussione seria
La sinistra secondo Matteo
Pierluigi Castagnetti
Europa
L'uguaglianza resta un principio base del fare politica, ma serve
innovazione anche nel campo dei valori. Come sembra aver capito Renzi
L’anticipazione apparsa domenica 23 febbraio su Repubblica del saggio di Matteo Renzi inserito nella nuova edizione di Destra e Sinistra
di Norberto Bobbio (Donzelli), è molto utile per capire l’idea di
sinistra che ha in testa il segretario del Pd. Ne esce un’idea
sicuramente innovativa che non mancherà di produrre qualche polemica
anche all’interno del Pse nel quale il partito italiano ha deciso di
entrare, a mio avviso, purtroppo senza un adeguato approfondimento delle
conseguenze sulla propria identità e sul proprio appeal elettorale.
Renzi sostanzialmente allarga la diade bobbiana
uguaglianza/disuguaglianza”, con cui solitamente si distinguono gli
obiettivi della sinistra e della destra, ad altre coppie di immagini che
possono essere sintetizzate in quella di “innovazione/conservazione”.
Il tempo avrebbe reso in qualche modo obsoleta la distinzione tracciata
vent’anni fa, quando non era ancora esploso il processo di
globalizzazione e quello di informatizzazione della vita privata e
sociale.
Il “merito” (il segretario ne parla da sempre), ad esempio, non è
categoria che la sinistra possa continuare a considerare straniera
rispetto alla propria cultura. In questo senso il gioco delle coppie di
valori può essere condotto all’infinito: vecchio/nuovo, chiuso/aperto,
merito/demerito, ideologia/postideologia, Novecento/Duemila e chi più
vuole più ne aggiunga.
Del resto che vi sia necessità di scrollare la polvere della
tradizione dal mobilio usurato della vecchia casa socialista a me pare
difficile da contestare, anzi, vi è un giudizio sferzante e calzante
dell’astro nascente del Ps francese, il ministro Manuel Valls, che
condivido e mi permetto riportare senza necessità di traduzione tanto è
comprensibile: «Le socialisme… c’était une utopie inventée contre le
capitalisme du XIX siècle! Cela ne signifie rien aujourd’hui, dans la
globalisation, l’économie virtuelle, la crise écologique!».
In questo senso non v’è dubbio che il ragionamento del nostro
segretario (oggi è anche capo del governo, ma qui ha parlato in nome
della prima qualifica) è molto intrigante per la freschezza culturale e
può finalmente aprire una discussione seria su cosa significhi definirsi
di sinistra oggi.
In tale spirito vorrei fare qualche considerazione.
Innanzitutto dicendo che quella dell’uguaglianza non è
originariamente categoria marxista: è noto infatti che Marx sosteneva
che «il valore dell’uguaglianza coincide con l’equivalenza di tutti i
lavori e poiché i lavori sono umani…» (Il Capitale, I). L’uguaglianza degli uomini, dunque, dopo che sarà realizzata l’uguaglianza dei lavori.
Aggiungo che la categoria dell’uguaglianza, diversamente da quella
della giustizia sociale, in un certo momento, quando la sinistra
italiana era alla ricerca di un nuovo accreditamento politico, era
diventata categoria “difficile” al punto che, quando Ermanno Gorrieri e
Pierre Carniti hanno portato i Cristiano Sociali nel Pds al Congresso di
Firenze, hanno fatto molta fatica a far inserire anche solo una fugace
citazione della parola nel documento congressuale, e ciò fu ragione di
forte riflessione (non dirò di ripensamento) soprattutto per il leader
modenese riguardo la scelta politica appena compiuta.
L’uguaglianza è sin dall’origine e da sempre, per ragioni teologiche
di facile comprensione, parola cristiana, poi nel tempo fortunatamente
“conquistata” anche dalla sinistra che, come detto, ne ha fatto uso non
sempre coerente e convinto.
Ma l’uguaglianza non è solo una parola, non è cioè un semplice valore
paragonabile e sostituibile con altri, è un principio, “il principio”
che dovrebbe dare senso alla politica la quale infatti, se non serve a
questo scopo, a cosa dovrebbe servire? È un principio inserito tra
quelli fondamentali dalla nostra Carta costituzionale, non solo
all’articolo 3 dove viene richiamato espressamente, ma prima ancora
all’articolo 2 dove si parla dei «diritti inviolabili dell’uomo» che la
«Repubblica riconosce e garantisce»: quel verbo «riconosce» dice con
nettezza che i diritti dell’uomo sono precedenti la Costituzione stessa,
sono iscritti cioè nell’essenza dell’uomo. Perché l’uomo è nato ne è
titolare. Perché l’uomo esiste, possiede vari diritti fra cui quello
all’uguaglianza.
L’intervento in proposito di Giorgio La Pira – su cui il nostro
segretario si è laureato – in assemblea costituente è semplicemente un
capolavoro di chiarezza e si direbbe oggi di “non negoziabilità”. Non è
principio fungibile con il tema della solidarietà, che invece è valore
cui fare ricorso solo successivamente, quando si debba rimediare alle
condizioni di ineguaglianza eventualmente determinatesi.
Lo so bene che l’uguaglianza, pur non essendo un’utopia, è principio
difficile da realizzare concretamente, per le ragioni espresse e
sottintese nel saggio di Matteo Renzi. L’uguaglianza è in effetti un
obiettivo mai compiutamente realizzato, una tensione verso e, come tale,
non dovrebbe mai essere abbandonato dalla sinistra o anche solo
relegato nella teca più preziosa del proprio museo valoriale.
J.J.Rousseau ne Il Contratto sociale diceva che, «poiché la
forza delle cose tende sempre a distruggere l’uguaglianza, la forza
della legislazione deve sempre tendere a mantenerla». In questo senso
l’uguaglianza è principio ineludibilmente orientatore di un’azione
politica progressista e liberale.
Personalmente ricordo ancora con un certo senso di faticosa
nostalgia, l’amicizia di un sacerdote straordinario della mia città, don
Alberto Altana, ormai scomparso, che nei primi anni della mia
esperienza parlamentare ogni sabato mattina mi attendeva con pazienza
sotto il portone del mio studio per farmi le stesse due domande:
«Pierluigi vuoi bene ai poveri?». «Certamente sì» era la mia risposta.
«Ma cosa fai per volergli bene?», e qui la risposta diventava
inevitabilmente imbarazzata.
Sette giorni dopo l’esperienza si ripeteva e anche le due domande e,
quando alla seconda delle due balbettavo qualcosa del tipo «ho fatto
questa interrogazione, questo intervento…», inesorabilmente lui
incalzava «no, tutto questo lo do per scontato, vorrei sapere cosa stai
facendo in parlamento per cambiare concretamente la condizione dei
poveri, dei carcerati, dei rom, delle vittime della violenza, dei senza
lavoro…».
E così tutte le settimane, al punto che questa vigilanza tanto
ravvicinata era diventata il mio tormento e finì per indurre in me la
necessità di un esame di coscienza quotidiano, oltreché l’obbligo di
produrre iniziative finalizzate da poter resocontare a questo mio santo e
scomodissimo interlocutore. Con ciò voglio dire che la politica deve
sempre avere uno scopo concreto giusto e i politici, quando si scelgono i
supervisori giusti, possono ridurre il tasso di errore e vedere
concretizzarsi anche ciò di cui essi stessi dubitavano la fattibilità.
E, peraltro, lo so bene che la politica fa quello che può, che non
dispone della bacchetta magica e che, oltretutto, gli effetti delle
proprie strategie si potranno vedere solo a distanza di tempo, so bene
che essa ha il dovere di stare dentro il tempo che le è assegnato con i
mezzi e i linguaggi che le consentono di comunicare con gli uomini
contemporanei; ciò detto la politica non dovrebbe mai rinunciare al
fastidio quotidiano di interrogarsi: cosa abbiamo fatto oggi per ridurre
le ingiustizie e le disuguaglianze?
Per me, dunque, l’uguaglianza, la tensione all’uguaglianza, continua
ad essere principio massimamente distintivo per la sinistra rispetto a
chi (la destra) ritiene al contrario ineluttabile e persino giusta,
almeno una certa misura di disuguaglianza. Inevitabile forse, giusta
mai, penso invece io.
Sono discorsi non facili, me ne rendo conto, e con il rischio di
degenerare in un certo moralismo. Soprattutto agli occhi di chi non vede
il problema. In un appunto di Albert Camus si legge di una sua
conversazione con un barbone abitualmente stanziato sotto casa: «Il
problema non è che la gente sia cattiva – diceva il mendicante –, il
problema è che la gente non vede».
Ecco, io auspicherei che il nostro ingresso nel Pse, pur deciso con
il mio dissenso, fosse occasione per indurre quel partito europeo
vecchio e stanco a modernizzarsi, a scrollarsi di dosso ideologismi
divenuti arcaici agli occhi di tutti i popoli del continente (come i
risultati elettorali purtroppo dimostrano), ma anche a recuperare
l’ancoraggio a principi “angolari” (come le migliori pietre) tipo quello
dell’uguaglianza. Sarà difficile infatti indurre un cambiamento della
strategia economica e finanziaria dell’Unione europea se non ci si
lascia guidare da principi solidi come questo, e non solo dalla pur
doverosa constatazione dei guai più o meno momentanei.
Se è vero che la strategia “mercantilista” che ha orientato negli
ultimi dieci anni il lavoro delle istituzioni europee non si può
definire un fallimento, si può però certamente affermare che essa ha
prodotto livelli di disuguaglianza e ingiustizia così elevati da
suggerire al primo bambino che vorrà alzarsi di denunciare che ormai “il
re è nudo”. In quel caso non vorrei che il Pse si mettesse a difendere
il re.
domenica 2 marzo 2014
“Subito il commissario contro la corruzione”
MATTEO RENZI
Caro Roberto, venerdì mattina, mentre
leggevo dalle pagine di Repubblica il tuo articolo appassionato, ho
pensato subito alle ragazze e ai ragazzi che ho conosciuto nel mio
viaggio nella Terra dei Fuochi.
ONEI campi sottratti alla criminalità
che ho visitato da amministratore, da Canicattì a Corleone, e —
insieme a loro — alle tante persone perbene che hanno scelto,
“nelle terre di mafia” di fare comunque la propria parte.
Questo meraviglioso esercito di piccoli
grandi eroi civili, che abbiamo imparato a conoscere anche grazie ai
tuoi racconti, lavora nelle associazioni e nei movimenti contro le
mafie; sono gli imprenditori e i negozianti che hanno denunciato le
estorsioni rinunciando per sempre a una vita normale; gli scrittori;
i giornalisti-giornalisti, per citare la nota scena di Fortàpasc, la
bellissima pellicola che racconta della storia di Giancarlo Siani;
gli studenti che coltivano le terre confiscate ai mafiosi, i
familiari delle vittime innocenti; le forze di polizia che combattono
quotidianamente una battaglia di tutto il Paese.
Ognuno di loro sa perfettamente che non
basterà il proprio impegno per vincere la battaglia contro le mafie,
eppure ci provano lo stesso. Lo fanno per non rassegnarsi, proprio
come fanno associazioni come Libera, a chi dice che tanto mai nulla
potrà cambiare. So che tu, insieme a tutte queste persone, vi
aspettate che la lotta alla criminalità organizzata diventi per
davvero la priorità del governo e delle Istituzioni. Questo impegno
io lo assumo.
TUTTI COLORO CHE HANNO INDAGATO SULLE
MAFIE, che le hanno osservate, studiate e raccontate al mondo, tutti
i magistrati, i giornalisti e quei politici, che hanno anche perso la
vita per combatterle, ci hanno spiegato che il cuore delle
organizzazioni criminali è negli affari che conducono, nelle
ricchezze che accumulano e ostentano e anche in quel confine sottile,
sottilissimo, che esiste tra lecito e illecito con l’appoggio, con
il consenso, con la collusione e qualche volta semplicemente con il
silenzio di chi riveste ruoli di responsabilità nella politica,
nelle amministrazioni e nell’economia. Sono questi i legami che
dobbiamo smascherare e recidere. Faremo un lavoro serio e
puntiglioso, insieme alla Commissione parlamentare d’inchiesta
sulla mafia, non solo per capire che cosa sia avvenuto in questi anni
nel contesto della crisi economica che ha investito il Paese ma
soprattutto per adottare le misure necessarie sul piano legislativo e
amministrativo. Con una proposta organica sulla base del lavoro fatto
dalla commissione presieduta da Garofoli istituita a Palazzo Chigi,
con Cantone e Gratteri, per elaborare strumenti e contributi per
rendere più incisiva la lotta alla criminalità organizzata.
Quello che va aggredito, hai ragione, è
la «Mafia SpA», presente in ogni comparto economico e finanziario
del Paese, al Sud come al Centro-Nord, quell’economia criminale che
colpisce imprese e società al collasso, come conferma l’analisi
della Direzione Nazionale Antimafia.
E questo fenomeno è favorito anche
dalla consapevolezza, da parte degli appartenenti alle organizzazioni
criminali, di non rischiare molto sul piano penale, anche perché nel
nostro codice penale manca il reato di autoriciclaggio. Il paradosso
di un estorsore o uno spacciatore di droga che non viene punito se da
solo ricicla o reimpiega il provento dei suoi delitti sarà superato
con assoluta urgenza attraverso l’introduzione del delitto di auto
riciclaggio.
In questo senso, aggredire i patrimoni
mafiosi può essere una delle grandi risposte che il governo è in
grado di dare, dal punto di vista economico, per fronteggiare la
crisi. Una giustizia più veloce, più efficace da questo punto di
vista, è uno degli strumenti che possiamo mettere in campo come
Paese per uscire dalla situazione economica in cui ci troviamo.
COSÌ COME OCCORRE RIPENSARE LO
STRU-MENTO DELLA CERTIFICAZIONE antimafia, che troppo spesso e con
troppa facilità si riesce ad aggirare; è necessario, in questo
senso, introdurre sistemi di controllo che consentano di individuare
la provenienza dei capitali illeciti, anche per debellare il fenomeno
dei “prestanome”, ma sburocratizzando il più possibile
quest’attività per evitare che diventi un inutile aggravio per gli
imprenditori onesti. E’ urgente porre il tema della riforma
dell’Agenzia Nazionale Beni Confiscati che oggi è senza capacità
di agire con immediatezza ed efficacia: una specie di “carrozzino”
pubblico senza mordente, senza strumenti efficaci. Solo nell’ultimo
anno i sequestri ammontano a oltre 4 miliardi e le confische a 1
miliardo e mezzo. Bisogna restituire ai cittadini quanto i clan hanno
loro sottratto, impiegando quelle risorse, con una logica che deve
essere quella di una moderna politica dell’antimafia, e cioè per
produrre occupazione e sviluppo. E, per far questo è necessario
anche assicurare alle aziende confiscate agevolazioni fiscali e
creditizie; un’impresa sottratta alle mafie che fallisce è una
sconfitta che lo Stato non dovrà più permettersi.
LE MAFIE S’INFILTRANO NEGLI ENTI
LOCALI e ne condizionano l’andamento, a danno dei cittadini, al Sud
come al Nord, solitamente lasciando paurosi dissesti.
Per questo nei prossimi mesi
interverremo anche sul tema dello scioglimento dei consigli comunali:
la modifica del 2009 ha affrontato solo alcuni degli aspetti
problematici della disciplina: bisognerebbe, invece, agire su più
fronti ancora. In particolare, è necessaria l’individuazione e la
scelta dei commissari fra soggetti anche esperti di
management e di gestione aziendale,
prevedendo che questi debbano svolgere il loro incarico a tempo pieno
e che possano operare anche in deroga alle regole del patto di
stabilità per rilanciare l’attività di governo degli enti sciolti
e soprattutto bonificare, dove necessario, le strutture burocratiche
inquinate; andrà prevista la possibilità di sciogliere le società
private ad integrale partecipazione degli enti locali o quelle miste
e un obbligo protratto per un certo periodo di utilizzare la stazione
unica appaltante dopo l’uscita dal commissariamento.
Anche per le regioni andrà studiata
una normativa che eviti i rischi di infiltrazione mafiosa, ovviamente
nel rispetto delle loro prerogative di autonomia riconosciute dalla
Costituzione.
Un’altra emergenza, strettamente
connessa a quelle delle mafie, pure da affrontare — come ci ha di
recente ricordato l’Unione europea — è la corruzione il cui
costo ammonta a 60 miliardi di euro ogni anno, pari al 4% del Pil
italiano, circa metà dei danni provocati in tutta Europa. Una cifra
enorme. Per questo è fondamentale dare piena attuazione alle legge
190 del 2012 e a tutte quelle norme in tema di prevenzione e
trasparenza in essa previste; su questo fronte di impegno a nominare
immediatamente, a partire già dai prossimi giorni, il Commissario
anticorruzione, come previsto dalla stessa legge.
IN UNA LOGICA DI CONTRASTO INTELLIGENTE
ALLE ILLEGALITÀ, dovremo anche saper guardare alle vittime per
organizzare l’intervento dello Stato a loro sostegno: familiari di
vittime innocenti, testimoni. Mai più la sensazione di essere stati
lasciati soli dallo Stato dopo aver denunciato!
In questa stessa prospettiva dobbiamo
assicurare, col massimo rigore, protezione a chi offre un contributo
di giustizia per offrire all’autorità inquirente i migliori
strumenti legislativi per sfruttare questo contributo.
Così come dovremmo assicurare
vicinanza, sostegno, a chi come te, ha fatto della parola uno
strumento di libertà e di cambiamento: penso ai tanti giornalisti
minacciati, spesso precari, troppo spesso lasciati completamente
soli.
In definitiva, dovrà essere chiaro che
per il nostro Paese le mafie sono violenza, sopraffazione e povertà.
Un punto solidissimo, chiaro, come quello che questa battaglia si
combatte a partire dalla scuola, dal lavoro fatto dai nostri
insegnanti negli istituti come antidoto alla criminalità
organizzata, a una cultura, anzi ad una incultura delle mafie.
Porterò questi temi anche sui tavoli del semestre europeo che si
apre tra qualche mese, perché la mafia non è più solo un problema
italiano. C’è tanto lavoro da fare. Un lavoro fondamentale, hai
ragione Roberto. E io lo farò facendo mio il grido rivoluzionario di
un parroco di provincia anche a te molto caro, Don Peppe Diana:“per
amore del mio popolo, non tacerò”. Accorciare le distanze tra quel
che di buono è stato fatto e il tanto che ci resta ancora da fare
sarà il modo migliore per ricordare con don Peppe, con Giovanni
Falcone e Paolo Borsellino, tutte le vittime innocenti delle mafie,
ma anche quelle ragazze e quei ragazzi che non hanno scelto dove
nascere, ma che hanno scelto di restare, di cambiare la loro terra e
di renderla migliore.
bella storia
Renzi: “Uno choc all’economia Rispondiamo a chi non ha impiego”
fabio martini
2 marzo 2014 La Stampa
A questo punto Matteo Renzi lo sa. A forza di fare annunci
impegnativi, in giro per il mondo ma soprattutto da noi cresce l’attesa
per i primi provvedimenti del suo governo, destinati a diventare l’unico
metro per “misurare” la nuova leadership. Proprio per questo motivo il
presidente del Consiglio ha voluto spiegare ai suoi ministri cosa ha in
mente. Lo ha fatto ieri mattina, entrando in Consiglio: «I fondamentali
della nostra economia sono buoni, come confermano i dati più recenti
dello spread e delle aste dei Bot, ma purtroppo i dati sulla
disoccupazione sono terrificanti». E dunque, «dobbiamo dare uno choc
all’economia italiana, dobbiamo andare fino in fondo con le riforme di
cui l’Italia ha bisogno», «i mercati ci stanno osservando, stanno
cercando di capire se facciamo sul serio».
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