mercoledì 4 settembre 2013

Matteo l’Emiliano

Stefano Menichini 

Europa  

Da Carpi a Bologna, da Forlì a Reggio Emilia, le Feste sembrano aver già chiuso il congresso Pd. In quelle platee per Renzi un mix di orgoglio di partito e della curiosità di elettori distanti, messaggio forte per l'Italia di sinistra che rispetta la storica regione rossa.
Carpi, Bosco Albergati, Reggio Emilia, Borgo Sisa, Bologna, il prossimo sabato sera Modena per un evento che si preannuncia monstre. Il congresso del Pd, che pareva così indecifrabile e perfino dubbio appena poche settimane fa, sembra essersi chiuso in poco più di un mese in un pugno di feste di partito lungo la via Emilia, con l’aggiunta fuori regione del solo show genovese.
C’è un mix di calcolo e di imprevisto in un blitz che ha lanciato a tutto il paese un messaggio dagli effetti immediati: il cuore dell’Italia di sinistra ha scelto Matteo Renzi.
Il calcolo si basa appunto sulla consapevolezza del primato che ancora oggi, nonostante tante cose siano cambiate nel frattempo, da Guazzaloca a Pizzarotti, si riconosce agli emiliani e ai romagnoli: essi, a sinistra, detengono La Forza. C’è tanta verità e c’è anche molto mito, ma ciò che conta è aver trasferito su Renzi la legittimazione che gli eredi del Pci sentivano propria per diritto ancestrale.
L’operazione, ben congegnata, ha avuto un effetto fulminante. E quando il ferrarese Franceschini ha offerto il sostegno al sindaco fiorentino, stava in realtà saggiamente prendendo atto che tutta la sua gente era ormai già dietro quelle insegne. In una assemblea di ex popolari romagnoli, fra le foto di Zaccagnini, Andreatta e Dossetti, si ragionava due sere fa non più di se e come appoggiare Renzi, ma di quale partito e di quale proposta di governo aspettarsi da lui, con un fortissimo senso di coinvolgimento personale e di gruppo.
Qui scatta l’imprevisto. Ciò che neanche Renzi, Delrio, Bonaccini o Richetti potevano prevedere. Cioè la massa di emiliani e romagnoli mai visti primi che travolge le arene delle Feste. Molto oltre il pubblico affezionato di sempre.
Sicché le platee del candidato segretario diventano un mix di militanti che – sommo paradosso pensando solo a un anno fa di questi tempi – affidano a lui l’onore e il riscatto del Partito, chiedendogli casomai un sovrappiù di rottamazione. E di cittadini attirati alle Feste dall’evento e dal personaggio, cioè esattamente l’incarnazione di quell’elettorato incerto – astensionista, grillino, forse ex berlusconiano ma qui s’era anche affacciata prepotente la Lega – di cui Renzi parlava un anno fa, che a febbraio s’è gonfiato a dismisura, e che rappresenta fin d’ora il vero trofeo da conquistare per chi voglia governare l’Italia dopo le larghe intese.
Sarebbe assurdo se chi una volta deteneva la chiave di questo forziere di passione e di intelligenza che è l’Emilia Romagna si ritraesse offeso davanti a tutto ciò.
Vasco Errani, cui Renzi offre ancora esplicitamente la propria stima, osserva in silenzio tutti i sindaci che una volta erano “suoi” schierarsi con colui che promette loro un partito e un’Italia davvero federale, a trazione territoriale. Il colpo di febbraio è stato duro per il carismatico presidente della Regione, durissimo per Bersani che invece reagisce con un sovrappiù di parole che ancora tradiscono più rabbia e delusione che non lucida analisi di ciò che è successo e sta succedendo.
A Roma, a leggere certe interviste dei bersaniani rimasti, ci si attarda a rivendicare il diritto a bilanciare un premier ex democristiano con un segretario di partito ex comunista: uno schema improponibile, che qualunque volontario delle Feste da Carpi a Bologna conosce bene e ha sicuramente condiviso, ma ora ha l’intelligenza di ricacciare nell’angolo dei ricordi.
Ed è qui, solo qui, il rischio che corre Gianni Cuperlo: non il rischio di perdere le primarie, che mette apertamente nel conto, bensì il pericolo che un appoggio arrivato a lui in extremis e solo per disperazione porti qualche voto identitario in più ma impoverisca la proposta genuinamente “democratica” del suo manifesto.
Certo, si dice la stessa cosa del sostegno che arriva a Renzi da chi l’aveva sempre avversato.
C’è però qualcosa che “protegge” il sindaco e fa la differenza, anzi qualcuno: le migliaia di italiani che in pochi giorni hanno deciso di dare la propria attenzione, se non ancora la propria fiducia, all’ex marziano. Gente solida, gente concreta, gente di sinistra: l’idea che tutti noi, dalla notte dei tempi, ci siamo fatta degli emiliani e dei romagnoli.

martedì 3 settembre 2013

Sul carro del rottamatore

massimo gramellini

Ammesso che esista, la diversità antropologica della sinistra è un virus che non rischia di intaccare i suoi dirigenti. Un anno fa non ne trovavi uno disposto a prendere un caffè con Renzi, se non per avvelenarglielo. Il sindaco di Firenze era un moccioso, un arrogante, il nipotino prediletto di zio Berluscone. Ora è diventato il fratello bianco di Obama, il cugino toscano di Blair, la reincarnazione di Bob Kennedy e non c’è signore delle tessere democratico o sperduto assessore appenninico che non ostenti il desiderio incomprimibile di applaudirlo, abbracciarlo, incoronarlo segretario del Pd di tutte le galassie.  

Renzi, sia detto a suo merito, non è cambiato. Continua a dire le cose che diceva prima, e cioè che se prende il potere li farà fuori tutti: altrimenti loro, dopo Prodi e Veltroni, faranno fuori anche lui. I notabili lo sanno, ma non resistono egualmente alla tentazione, che in Italia è una vocazione, di saltare sul carro del vincitore. E pazienza se si tratta dello stesso carro a cui fino a ieri cercavano di segare le ruote. La loro speranza, una volta saliti a bordo, è di riuscire a mimetizzarsi nella paglia per acchiappare qualche schizzo di gloria e, soprattutto, saltare fuori al momento opportuno armati di pugnale. Gli illusi confidano nel fatto che, prima di essere un obamiano, Renzi è un democristiano. Noi invece confidiamo nella proverbiale cattiveria di Renzi, sicuri che non ci deluderà

stare zitto è chiedere troppo?

Bersani: “Renzi-Franceschini? Sono senza contenuti”

e insistono....

Fassina e Violante fischiati alla festa Pd
“Non dovete difendere Berlusconi”

Il dibattito interrotto più volte
dalle proteste dei militanti
Nel mirino finanziamento pubblico
ai partiti e il nodo della decadenza

Siria


Obama....ascoltami!!!

Pronto Barack? Sono Francesco

Massimo Faggioli 

Europa  

Mentre Obama si fa amletico in attesa del voto del Congresso, papa Bergoglio tuona e twitta contro il conflitto in Siria. Come Wojtyla ai tempi del Kosovo
La crisi siriana tocca il suo apice in un momento particolare per la collocazione della chiesa cattolica sulla scena globale: in piena transizione, nelle prossime sei settimane, da un’amministrazione (quella del segretario di Stato cardinale Bertone) che ha fatto scempio della grande tradizione diplomatica vaticana, verso il ritorno ad una segreteria di Stato capax sui con il nuovo segretario di Stato Parolin. Se questo fatto rappresenta un’incognita per le istruzioni che i diplomatici vaticani riceveranno sul terreno nei prossimi giorni, d’altro canto la situazione consente a papa Francesco di agire in modo personale, intrecciando dimensione politica e spirituale con il digiuno convocato per il 7 settembre.
Ma la crisi rivela anche un volto finora inesplorato del pontificato di Bergoglio, finora impegnato nel trattare dossier interni alla compagine ecclesiale alle prese con lo shock di VatiLeaks, del caos della Curia romana, e delle dimissioni di papa Ratzinger. Le stesse parole del papa all’Angelus di domenica – «c’è un giudizio di Dio e anche un giudizio della storia» – rivelano molto della visione bergogliana circa il ruolo della chiesa nel mondo contemporaneo. Benedetto XVI non avrebbe mai parlato di un “giudizio della storia” per richiamare i potenti alle proprie responsabilità. Bisogna iniziare da qui per comprendere il radicalismo di Bergoglio.
Le parole di papa Francesco non hanno solo un rilievo teologico, ma anche politico. Questo momento anticipa e amplifica uno dei tratti fondamentali per comprendere la geopolitica del pontificato: il rapporto tra il papa latinoamericano, gli Stati Uniti e il cattolicesimo statunitense. Finora Francesco ha solo accennato ad alcune fondamentali differenze tra la sua visione di chiesa e quella del cattolicesimo rampante (e di destra) a stelle e strisce: circa la dottrina sociale sul lavoro e l’economia, l’enfasi sulla difesa della vita, la questione omosessuale nella chiesa. Alcuni vescovi americani non hanno gradito e lo hanno fatto notare al papa neo-eletto a mezzo stampa (cosa senza precedenti).
Con il possibile intervento americano in Siria il pontificato si trova davanti alla questione dell’atteggiamento della chiesa cattolica nei confronti non tanto della guerra come tale. In questo senso, il vero paragone non è con la guerra in Iraq del 2003, ma con le campagne aeree nella ex Jugoslavia del 1999, su cui il messaggio proveniente dalla diplomazia vaticana fu allora necessariamente pieno di ambiguità, dato lo schieramento delle chiese ortodosse (e della Russia di Eltsin) con la Serbia di Milosevic, e dati i sensi di colpa della diplomazia wojtyliana circa l’inizio dell’implosione nei Balcani per via del riconoscimento dato precocemente dal Vaticano a Slovenia e Croazia.
Oggi, la chiesa americana ha prontamente fatto proprie le parole di pace di papa Francesco: questa guerra è apparentemente lontana dagli interessi strategici americani, l’America è stanca, e quindi il papa saprà farsi ascoltare meglio su questa che su altre questioni. Ma la Siria occupa un posto cruciale nella visione vaticana del Medio Oriente, e la convergenza di questi giorni non deve ingannare: papa Francesco sarà un interlocutore difficile, sia per gli americani liberal che per quelli conservatori e neo-conservatori.

La marea renziana

Stefano Menichini 

Europa  

Il popolo delle Feste, i sindaci, tanti ex diessini, ora anche Franceschini e Areadem. Monta il consenso per Renzi, e salgono anche le aspettative di un nuovo Pd.
L’appoggio di Dario Franceschini a Matteo Renzi per la conquista del Pd è molto significativo. I segnali di una specie di ondata in favore del sindaco di Firenze sono tanti, e vengono da due mondi che a Renzi stanno sicuramente piu a cuore della nomenklatura democratica: il popolo delle Feste, integrato come numero e come entusiasmo da molti cittadini esterni all’elettorato Pd; e l’esercito di sindaci e degli amministratori locali, la vera rete di potere sulla quale Renzi appoggerà la propria campagna e, in prospettiva, la rifondazione del partito.
Ciò nondimeno, la scelta del ministro ed ex segretario Franceschini annuncia una novità importante che era nell’aria: a Renzi non si contrapporrà alcun candidato espressione del gruppo dirigente uscente (come non sono né Cuperlo né tanto meno Civati). Può darsi che Enrico Letta mantenga l’impegno a non pronunciarsi sul congresso, ma di fatto la mossa del suo ex gemello-coltello dei tempi del Ppi vale come fosse la sua: come abbiamo scritto tante volte mentre sui giornali correvano altre fantasie, Letta non si contrapporrà mai alla candidatura di Renzi (il che non vuol dire che la considerasse la soluzione più desiderabile).
Il sostegno di Veltroni, Fassino, Bettini, Serracchiani e di tanti dirigenti locali ex diessini (per non dire di quello esterno di Vendola) proibisce di parlare di Opa neo-democristiana o margheritina sul Pd. Renzi è definitivamente un’altra cosa, ogni suo passo è andato nella direzione della rottura dello schema Ds-Dl che pure fu fondativo del Pd. La furia rottamatrice ha colpito senza fare favoritismi.
Bisogna casomai vedere se gli appoggi che arrivano, e quelli che arriveranno, non finiscano per mutare di segno all’operazione renziana.
Lui personalmente non è avezzo (diremmo che non è proprio capace) a trattative al ribasso o al rialzo, delle quali oltretutto non avrebbe alcun bisogno. Il fatto è che la sua corsa sta facendo crescere aspettative enormi sia per quanto riguarda il rovesciamento di ogni paradigma nel governo del paese, che per quanto riguarda l’azzeramento del Pd come lo conosciamo e la sua riedificazione su un modello totalmente nuovo.
Come vincere primarie, elezioni e come imprimere segni di novità al suo eventuale futuro governo: a queste cose Renzi ha sicuramente pensato. A come dotarsi di uno strumento-partito che senza appesantirla né comprometterla (“se lascio il Pd a chi ce l’ha adesso, non vinco le elezioni”), dia però sostanza, sostegno e continuità all’avventura di governo: su questo né Renzi né altri insieme a lui erano preparati a dare risposte.